Cammini Giubilari Sinodali Archivi - Fondazione Fratelli tutti https://www.fondazionefratellitutti.org/categories/news/dialogo/cammini-giubilari-sinodali/ Tue, 04 Feb 2025 09:11:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.0.5 https://www.fondazionefratellitutti.org/wp-content/uploads/2022/07/cropped-Favicon-48x48-1-32x32.jpg Cammini Giubilari Sinodali Archivi - Fondazione Fratelli tutti https://www.fondazionefratellitutti.org/categories/news/dialogo/cammini-giubilari-sinodali/ 32 32 “Una carità sociale e politica: analisi del contesto geopolitico” – incontro conclusivo del ciclo dei Cammini Giubilari Sinodali https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/una-carita-sociale-e-politica-analisi-del-contesto-geopolitico-incontro-conclusivo-del-ciclo-dei-cammini-giubilari-sinodali/ Tue, 17 Dec 2024 17:04:45 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=35379 VATICANO, sabato 14 dicembre – A dieci giorni dall’apertura della Porta Santa si sono conclusi i Cammini Giubilari Sinodali con l’intervento di Romano Prodi. Nell’Aula nuova del Sinodo l’ex premier ha affrontato i temi legati alla geopolitica. Partendo dall’Europa, che vive un momento molto difficile....

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VATICANO, sabato 14 dicembre – A dieci giorni dall’apertura della Porta Santa si sono conclusi i Cammini Giubilari Sinodali con l’intervento di Romano Prodi. Nell’Aula nuova del Sinodo l’ex premier ha affrontato i temi legati alla geopolitica. Partendo dall’Europa, che vive un momento molto difficile. “La democrazia europea – ha detto Prodi – si sta suicidando perché si mostra come una casta chiusa. Se non si dà una vera struttura a partire dalla fine del diritto di veto rischia davvero di non avere più risposte”.

Le risposte, intende Prodi, ai nazionalismi, al leaderismo, all’assenza di dialogo da cui nascono le guerre. “L’Enciclica Fratelli Tutti offre lo strumento concreto della fraternità e del dialogo, parole messe in crisi dalle divisioni, dalla frammentazione. Ormai ogni occasione è buona per fare una guerra”. E i leader? “Una classe politica nasce solo dai corpi intermedi, strumenti dove si compone la fraternità. Senza questo passaggio ci sono solo spaccature e tutti dicono viva il leader perché almeno ci salva dalla frammentazione”.

Il cardinale Mauro Gambetti, presidente della Fondazione Fratelli tutti e Arciprete della Basilica di San Pietro, le due organizzazioni promotrici dei Cammini ha introdotto l’intervento di Prodi. “Oggi non è tempo di politica nostalgica che permette di restare in una comfort zone – ha osservato Gambetti -, non serve costruire monumenti ai nostri padri, basta una memoria grata e guardare avanti non si può stare a guardare cosa fanno ora i cosiddetti politici. Semmai è il tempo della nostalgia della politica, del ritorno allo spirito originario della politica democratica. E’ il tempo di occuparci l’uno degli altri, è il tempo della fraternità su cui fondare la politica, quello che proponiamo vuole essere il passaggio all’amore politico”.

Padre Francesco Occhetta, Segretario generale della Fondazione Fratelli tutti, ha fatto infine un bilancio degli 8 incontri dei Cammini. A quello di ieri hanno partecipato i rappresentanti di 160 associazioni, movimenti, imprese, istituzioni, fondazioni, ong. E ha voluto spiegare il ruolo della Fondazione nella società. “La Fondazione che è di diritto vaticano è anzitutto un luogo relazionale inclusivo, i confini vanno oltre a quelli dell’Italia, il cuore su cui lavoriamo è la ricerca di ciò che ci dice umani oggi, in questo mondo, per arginare parole, gesti violenti, le forme di vendetta e la guerra – ha spiegato Occhetta -. Per questo il nostro invito è quello di chiedere a tutti di fare un passo indietro rispetta alla difesa della propria appartenenza a volte difesa come ideologica e di farne due avanti insieme perché sui grandi temi si possa promuovere l’umano e il principio di fraternità come il Novecento ci ha insegnato, attraverso la rielaborazione delle Carte di Diritti, Costituzioni e grandi riforme sociali”.

Articolo di Goffredo de Marchis

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Chiesa sinodale e amore politico: guarda il video del simposio https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/chiesa-sinodale-e-amore-politico-guarda-il-video-del-simposio/ Wed, 23 Oct 2024 08:17:31 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=33936 “Chiesa sinodale e amore politico”: settimo appuntamento del ciclo dei Cammini Giubilari Sinodali, organizzati dalla Fondazione Fratelli tutti in collaborazione con la Basilica Papale di San Pietro. Hanno partecipato S.E. Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali,...

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“Chiesa sinodale e amore politico”: settimo appuntamento del ciclo dei Cammini Giubilari Sinodali, organizzati dalla Fondazione Fratelli tutti in collaborazione con la Basilica Papale di San Pietro. Hanno partecipato S.E. Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, Segreteria di Stato, Vaticano, e Veronica Nicotra, Segretario Generale dell’Anci.
L’iniziativa prevede una serie di appuntamenti sui grandi temi dell’Enciclica “Fratelli Tutti”, in preparazione al Giubileo 2025.

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Cammini Giubilari Sinodali, via al terzo atto https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/cammini-giubilari-sinodali-via-al-terzo-atto/ Thu, 12 Sep 2024 08:15:53 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=32932 Ritorna il ciclo di incontri sui grandi temi dell’Enciclica Fratelli Tutti in vista del Giubileo del 2025: i Cammini Giubilari Sinodali. Un progetto nato nel 2022, anno in cui ha affrontato il tema della prossimità e della cura, continuato nel 2023 con un approfondimento sulla...

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Ritorna il ciclo di incontri sui grandi temi dell’Enciclica Fratelli Tutti in vista del Giubileo del 2025: i Cammini Giubilari Sinodali. Un progetto nato nel 2022, anno in cui ha affrontato il tema della prossimità e della cura, continuato nel 2023 con un approfondimento sulla purificazione della memoria e che proseguirà nel 2024 sviluppando il tema dell’amore politico e dell’amicizia sociale.

A fare da cornice e da orizzonte a questa nuova serie di appuntamenti il capitolo 5 dell’Enciclica, “La migliore politica”, ossia quella che rappresenta una delle forme più preziose della carità perché si pone al servizio del bene comune e conosce l’importanza del popolo, inteso come categoria aperta, disponibile al confronto e al dialogo: «Per rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune» (FT, 154).

Il primo incontro si terrà il prossimo 12 ottobre presso la Pontificia Università Urbaniana e sarà dedicato ad approfondire il rapporto tra la Chiesa sinodale e il contesto politico attuale: quali sono le sfide e gli impegni del cristiano nel mondo nello scenario geopolitico odierno? L’articolazione dell’incontro prevede una tavola rotonda in apertura cui seguirà una sessione di gruppi di lavoro e un tempo itinerante di contemplazione nella Basilica di San Pietro riservato in esclusiva ai partecipanti. I lavori del simposio saranno aperti dal S.E. Card. Mauro Gambetti, Arciprete della Basilica Papale di San Pietro e Presidente della Fondazione. P. Francesco Occhetta S.I., Segretario Generale della Fondazione, modererà la tavola rotonda alla quale prenderanno parte Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, e Veronica Nicotra, Segretario Generale Anci.

Per partecipare, scrivere a fondazioneft@fondazionefratellitutti.va

Sarà possibile fruire di tutto l’incontro a posteriori sui nostri canali online.


Leggi il programma

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Dalla giustizia alla fraternità: l’intervento della prof. Cartabia https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/dalla-giustizia-alla-fraternita-lintervento-della-prof-cartabia/ Thu, 28 Dec 2023 12:18:54 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=23715 (Trascrizione non rivista dall’autore) Grazie a Padre Occhetta, un saluto a tutti. Partirei, per qualche riflessione sulla giustizia riparativa, proprio dall’ultima considerazione di Padre Occhetta, cioè ogni riforma della giustizia è preceduta da qualcosa; da un cambiamento che è già in atto. La storia della...

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(Trascrizione non rivista dall’autore)

Grazie a Padre Occhetta, un saluto a tutti. Partirei, per qualche riflessione sulla giustizia riparativa, proprio dall’ultima considerazione di Padre Occhetta, cioè ogni riforma della giustizia è preceduta da qualcosa; da un cambiamento che è già in atto. La storia della riforma della giustizia riparativa in Italia, che ha contribuito quantomeno a portare all’approvazione della legge – decreto legislativo 150 del 2022 nel nostro ordinamento – insieme al lavoro fatto al Consiglio d’Europa nel dicembre 2021 – che ha portato a una dichiarazione d’impegno di tutti i paesi del Consiglio d’Europa a realizzare questi progetti di giustizia riparativa – non sono nati al Ministero, non sono nati nei 20 mesi in cui ho potuto servire il nostro Paese con il governo Draghi. Sono nati molto prima e hanno, in un certo senso, scavato dentro di me; mi perdonerà Padre Occhetta se in questo contesto tengo anche un po’ un registro personale, credo che l’uditorio sia un’ambiente giusto in cui spiegare anche un po’ la genesi di certi movimenti e di certi tipi di impegno.

Come sono venuta a conoscenza e come mai la giustizia riparativa, che a mio parere è un vero cambio di paradigma nel modo di guardare alle esigenze di giustizia delle nostre società, mi ha interessato e ha mobilitato anche le mie energie sia come studiosa, sia laddove ho potuto servire nel mondo istituzionale. Come le cose più belle della vita, le più innovative e le più interessanti, nascono sempre come una sorpresa. Questa sorpresa all’origine della mia conoscenza della giustizia riparativa porta un preciso momento, il 2015, quando ho ricevuto da un caro amico che avrebbe voluto essere qui oggi ma che non è riuscito, Adolfo Ceretti, un libro dal titolo “Il libro dell’incontro”, che racconta di otto anni di incontri, appunto, tra alcune vittime degli anni di piombo e alcuni dei protagonisti della lotta armata. Questo libro è arrivato quando io ero alla Corte Costituzionale sul mio tavolo di cristallo; ricordo benissimo il momento, aveva una dedica molto speciale, del resto il suo autore è molto speciale. Diceva: “A Marta, so che capirai”. È una dedica “strana”: essendo un libro di diritto e occupandomi di ciò da una vita mi sono detta: “capirò”. Evidentemente alludeva a una novità, a una profondità, a un’intensità di parole, di esperienza che non facilmente viene compresa e che introduceva qualche elemento che mi avrebbe richiesto qualcosa di più della solita tecnica di lettura di un libro di diritto che una persona esperta in quella materia legge guardando l’indice e sfogliando un po’ per traverso perché sa dove va a parare. Lì non sapevo dove andavo a parare ma la cosa mi ha colpito tantissimo. La lettura di quel libro strano, fatto di saggi, riflessioni ma anche di tante testimonianze, di lettere, biglietti, appunti, di tanti generi diversi, mi ha molto colpito perché ha risuonato dentro di me come una luce, una promessa per guardare a qualcosa che andavo cercando da sempre, forse dal primo giorno in cui mi sono iscritta alla facoltà di giurisprudenza.

Che cos’è quest’elemento di novità che va colmare un vuoto, una mancanza che in tutti questi decenni di vita da giurista – spesi in vari ambiti – ho avvertito sempre?

Uno scarto. Uno scarto tra l’attesa, il bisogno di giustizia che c’è nel cuore umano di tutti – chiunque ha vissuto un’esperienza di ingiustizia, piccola o grande, traumatica o semplicemente passeggera – e la capacità di rispondere a quest’esigenza data dagli strumenti ordinari del diritto. Dalle cose più piccole, i conflitti nell’ambito del lavoro piuttosto che le piccole ingiustizie che avvengono nella vita sociale, alle grandi ferite che nascono soprattutto dai grandi reati di sangue: tutti quanti avvertiamo che la vita quotidiana ci urta con delle esperienze sempre brucianti di ingiustizia, anche se piccole, e le risposte che noi riusciamo a dare con tutti i nostri secoli, millenni di civiltà giuridica, anche quando sono perfetti, quando non c’è l’errore giudiziario, la negligenza, anche quando funziona la macchina della giustizia, lasciano un bisogno incolmato.

Questo scarto l’ho notato innanzitutto dentro di me come studiosa, docente, giudice, come ministro, ma, soprattutto nel periodo in cui sono stata al Ministero, è un’esperienza che si è resa molto toccante e concreta nell’incontro sia con i detenuti sia – ancor di più – nell’incontro con le vittime. Mille volte ho visitato le carceri italiane e altrettante volte ho incontrato detenuti dentro quelle carceri che mi dicevano: “è un’ingiustizia questa condanna che mi è stata data”; quasi tutti lo dicono e non in mala fede, poi c’è da capire e vedere se è vero o meno, ma questa è un’altra cosa, è una questione della percezione che ne hanno. Quando si incontrano le vittime, soprattutto quelle di grandi fatti, disastri, di grandi reati, quel senso di un bisogno incolmabile tante volte si esprime con la richiesta di nuovi processi: “ma posso fare qualcos’altro, ministro? Posso andare ancora da un’altra parte? Questo giudizio è il primo grado, secondo grado, terzo grado e poi la Corte Europea; cos’altro si può fare?”. Naturalmente si deve fare tutto quello che si può fare ma, anche quando potevo esprimere qualche consiglio di tipo tecnico rispetto alle varie situazioni o quando raccontavo come mi battevo per permettere che la giustizia potesse avere il suo corso, la consapevolezza in me che il loro bisogno non sarebbe stato appagato fino in fondo, era molto chiara e nitida. Secondo me è un bisogno che la nostra società sente moltissimo ed è in questi termini che io mi spiego, almeno in parte, come mai di fronte ai grandi drammi, ai problemi che affliggono di più la nostra società – le violenze sulle donne, la tratta degli esseri umani, ecc. – immediatamente la risposta da parte di tutti i soggetti politici è: “aumentiamo i reati, alziamo le pene”. Secondo me questa non è la strada ma vorrei far capire come quella reazione, che si può liquidare con altre spiegazioni più superficiali, risuona nella popolazione; ha presa nella popolazione perché di fronte ai conflitti che attraversano la nostra società si avverte l’esigenza di far qualcosa; un bisogno di fare di più che diventa: “facciamo un diritto penale più severo”.

Credo che dobbiamo guardare con questi occhi questa tendenza del nostro secolo che a mio parere non porta nella direzione che si vorrebbe raggiungere ma è espressione di questa distanza, di questo scollamento, di questo iato che c’è tra la dimensione infinita del bisogno umano di giustizia e la povertà dei mezzi che abbiamo a disposizione per rispondere a quest’esigenza. Le pene più severe sono un tentativo – certamente non soddisfacente – ma che ci rilevano il bisogno che c’è nel cuore di ogni uomo. Allora la domanda da farsi è: “c’è qualcosa di diverso, di meglio, di più nuovo dell’antica perpetuazione della risposta al male con il male, alla violenza con la violenza, alla ferita con la vendetta?”. Devo dire che il libro di Adolfo Ceretti, che più che essere un libro è il racconto di un’esperienza – ed è proprio questo aspetto la sua forza -, insieme alla testimonianza di Gemma Calabresi, sono stati per me i due fari che hanno letteralmente illuminato il mio percorso anche come Ministro della Giustizia, oltre che la mia riflessione su questi temi, e che mi hanno portato ad approdare lì, ovvero al tentativo di introdurre in Italia un’infrastruttura legislativa che potesse offrire a tutti quella possibilità di giustizia riparativa che è raccontata nel libro di Ceretti.

Questa ricerca di un sistema sociale giusto, di rapporti umani giusti ha da sempre messo in moto l’umanità nella configurazione di forme di giustizia sempre nuove e, tra queste, io credo che dobbiamo, con molta attenzione, guardare a questo nuovo e antico paradigma, lo troviamo nella Bibbia come diceva Padre Occhetta, che ha qualcosa da dire anche al nostro tempo odierno. Perché dico che c’è questa ricerca incessante di forme nuove, di trasformazioni della giustizia anche nelle sue espressioni? Guardiamo le opere letterarie. Padre Occhetta ha ricordato il mio lavoro su alcune tragedie greche: per esempio, troviamo nelle Eumenidi, troviamo un passaggio straordinario, ovvero quello dalla giustizia intesa come vendetta alla giustizia del tribunale, dell’istituzione del tribunale che viene fatto dalla dea Atena per mettere fine a una tragedia familiare che non portava altro se non delitti di sangue, omicidi, matricidi, patricidi, uno dopo l’altro, e soprattutto conflittualità nella polis generalizzata. Anche in un’opera come la Divina Commedia, si trovano una vasta pluralità di espressioni della giustizia che sono sorprendenti. Quando pensiamo alla Divina Commedia, pensiamo automaticamente all’inferno e alla legge del contrappasso; tendenzialmente il peccatore, il reo, chi ha commesso il male, viene punito con una pena che replica il male che ha compiuto. In Dante, però, non c’è solo questo; perché se è vero che l’inferno è dominato da questo, poi ci sono degli altri punti della Divina Commedia dove si trovano delle eccezioni a questa regola: ad esempio Bonconte di Montefeltro, che nell’ultimo istante della sua vita versa una lacrimetta, invoca la Madonna e viene portato in paradiso, strappato alla furia dei diavoli che lo vogliono invece fagocitare nell’inferno.

La cosa su cui vorrei soffermare la vostra attenzione è un passaggio che io trovo evocativo per la nostra riflessione di oggi, siamo nel canto XIII del Purgatorio, in cui viene ritratta questa donna invidiosa – l’invidia è uno dei motori peggiori del veleno dei rapporti sociali – Sapìa che si presenta a Dante e dice: “Sono Sapìa, con questi altri rimendo qui la vita rìa”. È un passaggio bellissimo perché introduce l’idea di una giustizia – e se volete anche di una pena – non come mera sopportazione di un male inutile e foriero di altrettanto male. Qui c’è un’idea di una giustizia come rammendo, l’idea di un periodo di tempo che prende atto del proprio male; un punto di partenza ineluttabile che è in questo caso lei che prende atto di quello che è stata la sua vitae. Ci sono poi due elementi che sono il cuore di questo paradigma nuovo della giustizia: il primo elemento è l’idea di un male come ferita e di una pena come tempo in cui ci si prende cura di quella ferita per poter rammendare, ridare vita a quel tessuto ferito. Il secondo elemento è che questo processo lo si fa con altri. Mentre gli altri nell’inferno di Dante sono un fattore non secondario della pena, sono coloro che ti infliggono il male che ti è stato assegnato, nel purgatorio sono dei compagni che ti permettono di poter portare la tua pena verso il suo destino e il suo compimento.

Giustizia come rammendo, come riparazione, come ricucitura, come ristabilimento nelle relazioni. Non solo a livello personale, ma anche a livello di umanità, noi vediamo che questo bisogno di giustizia è talmente sproporzionato, sempre oltre le nostre capacità umane, che ha messo in moto nella storia umana una ricerca che ha portato ad esiti sempre diversi; per tantissimo tempo il paradigma della giustizia è stato solo vendetta, lo troviamo anche in Dante. A un certo punto c’è uno dei suoi parenti che non è mai stato rivendicato di un omicidio violentissimo e Dante sembra quasi promuovere la sua vendicazione perché non è accettabile non punire certe cose. L’idea della vendetta è il paradigma meno evoluto ma che risuona nella nostra umanità perché l’impeto di fronte a un male commesso è quello di reagire, salvo pochi episodi.

Succedono normalmente delle reazioni di vendetta reciproca che sono alla fine distruttive su ogni fronte, infatti nella tragedia greca è potentissima la narrazione del paradigma della vendetta come fattore distruttivo, non solo per le persone implicate in questi regolamenti di conti del tutto non addomesticati, ma per l’intera società. Non siamo fermi all’epoca della vendetta, è chiaro, nessuno pensa che il nostro Paese si fermo a quel tipo di situazione: abbiamo i tribunali e abbiamo una giustizia in cui si frappone un terzo giudice ai regolamenti di conti tra privati. Ma questo è sufficiente? Chiedetelo a chiunque abbia avuto un’esperienza in un tribunale, anche per questioni di giustizia civile: per quanto giusta sia, la sentenza non chiude mai la vicenda che si è aperta con un atto di ingiustizia.

Allora qual è l’elemento di novità che si introduce attraverso questo paradigma o si cerca di raggiungere con questo elemento della giustizia riparativa? Innanzitutto è una comprensione di cos’è l’ingiustizia, perché normalmente noi abbiamo l’idea che si tratti di infrangere una regola, andare contro la legge dello stato, violare un precetto normativo. Nell’idea di giustizia riparativa il reato è innanzitutto la ferita in un rapporto personale, quando c’è una vittima diretta del reato commesso, ma anche la ferita nella vita sociale, per esempio nei reati di corruzione. La rottura del patto sociale è l’elemento distruttivo, non ti senti più parte di una società quindi ti permetti di perseguire il tuo interesse a detrimento del benessere comune, soprattutto se hai delle responsabilità pubbliche. L’idea di giustizia riparativa è partire dall’idea che il fatto ingiusto è una rottura del rapporto, mette al centro le relazioni umane. Quanto abbiamo bisogno di ripensare alla centralità delle relazioni come elemento costitutivo del nostro modo di pensare anche al diritto o alla nostra vita sociale? Si ragiona in termini di fraternità, di legami. Credo che sia un elemento sorgivo di questa nuova concezione della giustizia riparativa che non va confusa con una forma di condono, di indulto, di indulgenza, di grazia (questi strumenti necessari ci sono in tutti gli ordinamenti). Questa però è un’altra cosa: qui non si tratta di evocare un diritto penale mite; si tratta di cambiare paradigma e di vedere che il reato, il male compiuto ferisce le relazioni umane. Siamo in un’epoca in cui queste relazioni sono tutte terribilmente ammalate, anche quelle più intime, tant’è che tra i reati che crescono in termini di numeri ci sono quelli tra i più vicini, quelli nei rapporti domestici. E questa è una cosa che non può non interrogare.

La definizione che abbiamo messo nella legge di giustizia riparativa, che si appoggia a riflessioni ed esperienze fatte da molti anche a livello internazionale, dice così: “giustizia riparativa è ogni programma che consente alla vittima di reato e alla persona indicata come autore dell’offesa e ad altri soggetti appartenenti alla comunità di partecipare liberamente in modo consensuale, attivo e volontario alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale, adeguatamente formato, denominato mediatore”. Chi compare in questa forma di giustizia rispetto alla giustizia che noi conosciamo dei nostri tribunali? La giustizia penale che viene amministrata in tribunale, vede l’accusa, lo stato, la difesa del reo e un giudice. Quasi del tutto assenti sono le vittime, salvo la possibilità di costituirsi come parte civile solo ai fini del risarcimento del danno, ma non entrano nella preoccupazione del diritto e della giustizia penale; questi sono preoccupati di punire il colpevole, il focus è quello, e indirettamente quindi di risanare il malaffare in modo tale da dare maggiore sicurezza. Il focus della giustizia penale resta nel rapporto tra lo stato e il colpevole. Nella giustizia riparativa entrano due soggetti che non ci sono, se non accidentalmente, ovvero le vittime e la comunità. Una questione di un reato commesso non è una questione privata del poveretto che è stato in quel momento colpito; è una questione che ci riguarda tutti. C’è un passaggio del cardinale Carlo Maria Martini nel libro “Un’altra storia inizia qui”, che prende a prestito una frase di Paul Ricoeur, in cui il cardinale Martini parlando della giustizia dice: “bisognerebbe iniziare a pensare alla giustizia pensando al fatto che non si tratta di giustiziare il colpevole ma di far giustizia alle vittime.”

Tutta la nostra giustizia penale è invece sbilanciata soltanto sulla questione di “giustiziare”; magari non di giustiziarlo nei termini brutali che questa parola evoca, ma quella efferatezza, quella severità del diritto penale che andiamo cercando è lì che tende a portarci, tanto quanto al fatto di rispondere al bisogno di giustizia di chi è stato ferito. Per questo la giustizia riparativa, appunto nel decreto che noi abbiamo approvato, si spira anche a tutta quella grande riflessione che c’è a livello internazionale su come dare voce alle vittime, alle loro esigenze, al loro vissuto. Non soltanto come testimoni del processo: certo che vivere, dare la loro testimonianza è anche una gran fatica, chiedete a chiunque abbia dovuto testimoniare nel processo quanto è un rivivere il dolore; certo che le vittime chiedono innanzitutto che i processi siano fatti. Ricordavo prima il mio incontro con Gemma Calabresi: il momento in cui ci siamo conosciute anche personalmente è stato quando io da ministro della giustizia e lei da protagonista di queste vicende, cercavamo di riportare in Italia alcuni esponenti degli anni di piombo, ancora rifugiati in Francia, chiedendone l’estradizione. Il presidente francese Emmanuel Macron ci aveva concesso di rimuovere gli ostacoli, poi la Corte di Cassazione francese ha bloccato tutto. Nel dialogo con lei – che aveva fatto questa bellissima intervista con suo figlio – emergeva che lei è stata quella che forse più di tutti gli altri è arrivata fino al vertice del perdono, che non è cosa da tutti di fronte a una situazione di questo genere; lei era ferma nel dire: “certo che occorre che questi possano ritornare in Italia perché la verità processuale serve”. Poi lei aggiungeva: “non perché mi interessi vedere mandare in carcere degli ottantenni ormai malati ma per ripristinare la verità storica dei fatti.”

Questo è un punto di partenza che è indispensabile, ma su questo occorre innestare qualcos’altro perché anche la condanna non appaga quel bisogno. Forse qui possiamo capire una delle caratteristiche della giustizia riparativa così come l’abbiamo configurata: non ha la pretesa di sostituirsi alla giustizia penale “tradizionale”, ma di offrire un percorso parallelo da intraprendere con la massima libertà da parte delle vittime e degli autori di reato, nel massimo rispetto anche dei tempi. Infatti nella definizione che vi ho letto è scritto: “di partecipare le vittime e le persone indicate come autori di reato, oltre che la comunità, liberamente, in modo consensuale, attivo e volontario”; cioè non si può forzare. La legge non può imporre un percorso di giustizia riparativa. L’unica cosa che può fare la legge è offrirti la possibilità di farlo e la libertà deve essere rispettata non soltanto sul “se”: se una vittima non se la sente, non se la sente. Ma anche sul “quando”: il fattore tempo è un fattore importante in queste cose. Ci sono persone che reagiscono in modo diverso, la stessa Gemma Calabresi racconta nel suo libro che nei primi anni lei sognava di potersi infiltrare nei gruppi armati, diventare una di loro per poterli ammazzare tutti. Leggetele quelle pagine: lei aveva dentro questo bisogno di vendicare una cosa che le aveva strappato il marito con tre figli piccoli, una cosa di una violenza inaudita. Come si fa a non avere dentro questa reazione? C’è voluto un percorso di anni per far sì che si potesse arrivare a questo vertice, a diventare una delle testimoni più straordinari, secondo me, che abbiamo in Italia di che cosa vuol dire prendere sul serio la propria umanità e oltrepassare il dramma e la ferita che ti lascia un trauma di questo genere.

Per cui quella riparativa è una giustizia complementare e non sostitutiva della giustizia tradizionale di cui abbiamo bisogno, di cui non possiamo fare a meno per una serie di motivi; un percorso da intraprendere liberamente, motivo per il quale gli avvocati e i giudici devono informare le parti di questa possibilità, ma nel pieno rispetto. Il successo di queste forme di giustizia riparativa non si vedranno con i grandi numeri, non sono le statistiche che noi dobbiamo andare a guardare, ma la novità nel cuore umano di qualcuno.

L’altra cosa che vi vorrei dire è che a mio parere, come vi dicevo prima, non è una giustizia che va confusa con forme di clemenza o con una forma di diritto penale mite, non c’entra nulla; anzi, se voi ci pensate è una giustizia molto esigente perché consiste nella possibilità offerta alle vittime, agli autori di reato di incontrarsi, di guardarsi negli occhi e di raccontarsi il proprio vissuto. Ci sono tante testimonianze, anche tanti film che documentano questi incontri; sono impressionanti. C’era una ragazza irlandese che ha subito una violenza sessuale e che voleva incontrare il suo carnefice e la prima cosa che gli ha chiesto è stata: “perché a me?”. Lei gli ha raccontato le sue paure, il suo vissuto, tutti gli anni successivi. E lui balbettando, provava a rispondere che cosa l’avesse mosso fino a lì, cosa che gli era scattato; aveva visto le scarpe rosse di lei. Quindi vissuti di mondi che sono degli incontri, pur diversi, ma di sofferenze drammatiche. Ma provate immaginare cosa vuol dire per un autore di un reato incontrare la propria vittima. Non è una cosa banale. Altro è “pagare”, scontare la pena passando un po’ di anni in prigione. Altro è guardare la persona a cui ho distrutto quello che c’era prima, guardandola negli occhi. Per questo dico: non è una giustizia per persone che non sanno veramente come va il mondo e che vogliono essere falsamente ottimisti sul genere umano. No, è una giustizia che guarda in faccia gli abissi del cuore umano; ma che sa anche che da quell’incontro può nascere un’esperienza di liberazione per tutti.

Qui vorrei chiudere: nella legge abbiamo scritto “esito riparativo”. Tante volte le persone pensano che alla fine di questi incontri vittime e autori dei reati vadano fuori si stringono la mano, diventano amici ma non è detto. Può succedere in qualche raro caso che si incontrino, come appunto la vedova Calabresi e la vedova Pinelli che si sono incontrate ben due volte, invitate dai due Presidenti della Repubblica. Può succedere ma non è nelle mani umane, non possiamo avere la presunzione di creare una specie di meccanismo che permetta la riconciliazione e la pace. Quello che normalmente accade, e che racconta chi ha partecipato a questi progetti di giustizia riparativa, è il liberarsi dalla prigionia del ruolo. L’uno di essere ridotto come persona solo all’autore di un reato. Tu sarai pure uno che ha commesso il reato ma la tua persona ha dentro qualcosa di più che non può essere definita per sempre, ingabbiata per sempre solo come autore di quel reato, anche se te la porti addosso. Un detenuto che avevo conosciuto mi diceva: “Io sono un ex mafioso ma non potrò mai definirmi un ex assassino”: te la porti dentro ma non sei più solo quello. Anche da parte delle vittime c’è un’attesa di liberarsi dal guardare a sé stessi soltanto come definiti da quel fatto traumatico che ti ha cambiato la vita; è necessario per ricominciare a vivere. Un giorno in un dialogo tra Agnese Moro e Adriana Faranda, che sono tra l’altro diventate molto amiche, avevo chiesto a loro: “scusate parliamo di giustizia riparativa, ma cosa si può riparare dopo fatti come quelli di cui voi siete state protagoniste. Cosa c’è da riparare in casi come il vostro?”. Agnese Moro mi ha guardato come si guarda un marziano e mi ha detto: “Come cosa c’è da riparare? C’è da riparare le nostre vite”.

E lì, le ho chiesto di raccontare e lei racconta con quest’immagine. Dice: “Perché quello che è successo con la morte di mio padre in quell’assassinio del maggio ‘78, è che quella scia di sangue non ha soltanto offuscato la mia vita da quel momento in poi ma anche tutti i ricordi precedenti. Quando guardavo le fotografie di quando ero bambina insieme a mio padre era come se fossero tutte macchiate di sangue”. Quel percorso faticosissimo – che lei racconta anche con una certa crudezza – “mi ha liberato – dice –  dall’essere sempre, soltanto, esclusivamente la vittima di questo gravissimo fatto che ha segnato la mia vita personale e gli altri.”

Allora per riassumere, viviamo in una società molto conflittuale, in questo capitolo della Fratelli tutti si parla di conflitto inevitabile. La nostra società ha una conflittualità particolarmente marcata a tutti livelli, soprattutto nei giovani delle nuove generazioni; c’è questa iper-reazione a tutti piccoli contrattempi e contraddizioni della vita. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci aiuti a guardare al conflitto, alla rottura, all’incidente non come a qualcosa che è inesorabilmente destinato a non rimarginarsi più. Ma dico, non abbiamo un’altra possibilità? Non possiamo, di fronte alle fragilità della nostra umanità, ai nostri rapporti che si ammalano, alle nostre rotture, provare a fare quello che fa Sapìa, cioè rimendare qui con gli altri la mia vita rìa?

La giustizia riparativa è un po’ questo che vuole offrire: una possibilità di ricominciare, di riparare, di rigenerare, di ricostituire dove il prefisso “ri” di riparativa è un guardare avanti al futuro e non rimanere inchiodati solo al passato.

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Dalla giustizia alla fraternità: l’intervento di Valeria Collina https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/dalla-giustizia-alla-fraternita-lintervento-di-valeria-collina/ Thu, 21 Dec 2023 13:31:21 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=23695 Quando io e mio marito siamo arrivati in Marocco nel 1994 abbiamo deciso di non avere la televisione. Avevamo lasciato l’Europa per allontanare tutto ciò che poteva contaminare l’educazione islamica che volevamo per i nostri figli e la televisione – di contenuti islamici – non...

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Quando io e mio marito siamo arrivati in Marocco nel 1994 abbiamo deciso di non avere la televisione. Avevamo lasciato l’Europa per allontanare tutto ciò che poteva contaminare l’educazione islamica che volevamo per i nostri figli e la televisione – di contenuti islamici – non ne aveva molti, neanche in Marocco.

La televisione però la si vedeva nei lunghi viaggi che facevamo durante le vacanze, nelle soste che facevamo alle caffetterie, dove i ragazzi trascinavano le loro giornate a bere the, incollati ai maxischermi; un canale era onnipresente Al Jazeera, 24 ore su 24 di informazione fatta di immagini potenti e di grande qualità tecnica ed estetica. Avrebbe martellato per anni i cuori e le coscienze dei giovani con i bombardamenti in Afghanistan, la guerra in Iraq, il carcere di Abu Ghraib, i bambini estratti dalle macerie di Gaza, le rivolte arabe, la Siria. Ma comunque la televisione sarebbe entrata anche a casa nostra l’11 settembre. Mio marito l’aveva piazzata nella sala e, per tutta la sera, ad ogni impatto degli aerei contro la Torre, gli sfuggiva un “Allah Akbar”, non di approvazione ma di sbigottimento, quasi incredulo che l’America – l’ultimo è più potente nemico dell’Islam – non fosse invincibile come sembrava e potesse pertanto essere colpito in quel modo. Poi, la televisione casa c’è rimasta e i miei due figli, come i loro coetanei italiani, si sono nutriti di cartoni e film americani, attentissimi a riconoscere il rumore dell’auto del padre per cambiare canale. Così, quando nell’inverno 2015 ho lasciato l’appartamento in cui abita abitavo con mio marito e mi sono trasferita con Youssef, mio figlio, in quello degli ospiti al piano di sotto, potevamo attingere con il suo computer al serbatoio di quello che avevamo visto in televisione, quando stavamo tutti insieme al piano di sopra. Erano stati anni complessi quelli, anni di violenze. Mia figlia se ne era già andata in Italia e io avevo deciso di partire in estate con gli Youssef al termine del suo anno accademico. Non avevo rimorsi a lasciare mio marito, non sarebbe rimasto solo, aveva deciso di prendere una seconda moglie. In quei mesi in cui io e Youssef siamo rimasti soli, lui trascorreva molto tempo con me e spesso mi riproponeva vecchi film già visti; solo quelli per ragazzi però. In quel periodo Youssef pretendeva da sé un gran rigore; lo intuivo dai suoi discorsi sulla religione – e voleva tenersi lontano da certe immagini e contenuti dei film. Così dopo i vari Monster, Mammut, Nemo, ha voluto mostrarmi due cartoni giapponesi d’animazione: L’attacco ai giganti e Il libro della morte. Il primo è ambientato in una città cinta da mura e a difesa dei giganti che la assediano; uno di loro riesce ad entrare ed uccide la madre del protagonista, divorandola sotto i suoi occhi. Forse anch’io ero una madre che Youssef pensava di non essere riuscito a difendere. Il libro della morte racconta di un block-notes fatto cadere sulla terra dal dio della morte. Il ragazzo che lo trova, scopre che basta scriverci sopra il nome di una persona per ucciderla. Userà questo potere per ripulire la società da assassini criminali, condannandoli a morte con pochi tratti di penna, giustiziera al di sopra delle leggi in una società che non sa difendersi dal dilagare del male. Youssef immaginava forse così i miliziani dell’Isis: giustizieri implacabili ma necessari al ristabilimento di una giustizia non più umana ma divina. Discussioni accesissima sull’Isis, sulla religione, sulla liceità della violenza erano cominciate da quando avevo visto nel suo profilo Facebook la bandiera nera del califfato. Sosteneva che quello che stava accadendo portava i segni della profezia profetica. I video di propaganda che mi mostrava raccontavano di distribuzione di farina e cibo, costruzione di infrastrutture, del bisogno di medici e tecnici. Stavano costruendo una nuova, perfetta società. Credo che per lui la Siria fosse una gabbia di costrizioni e regole che potevano renderlo sicuro, sicuro di non peccare. Non poteva scegliere se radersi o no, se corteggiare o meno una ragazza. Là la barba era obbligatoria e la promiscuità bandita. La Siria era anche il luogo in cui portare in salvo sua madre, lontana da un Islam mal praticato; era la terra del vero, del puro Islam. Infatti un giorno mi propose di andarci insieme; invece di giugno del 2015 mi sono fatta accompagnare in Italia.

Questa scrittura è un po’ particolare: perché parlare di immagini, perché raccontare film e cartoni animati? Ma perché dopo quello che è accaduto, sono stata incapace di capire le radici di questo, di cogliere dei segni in quello che gli avevo visto dire e fare. Quindi ho cercato in quello che poteva essere il suo immaginario, che io avevo condiviso perché insieme a lui vedevo queste cose; alcune di queste cose hanno rappresentato le radici di quello che poi l’avrebbe portato a compiere quello che ha compiuto.

Visto che i tempi sono stretti, concludo con quello che ultimamente un caro amico giornalista, facendomi riflettere, mi ha fatto tirare fuori rispetto a una domanda che mi viene posta spesso, quella sul perdono. Mi chiedono: “ma tu hai perdonato Youssef?”. Io non posso che rispondere che non sono io che devo perdonare. Le cose che io posso perdonare a Youssef sono cose molto piccole: il fatto che lui non c’è più, lui non è più con me. Prima si parlava con la Presidente della possibilità di dimenticare un crimine fatto. Io ho dimenticato, cioè non ho registrato nella mia testa il crimine che mio figlio ha fatto – troppo grosso – però ho ragionato sul perdono e di questo, di nuovo, vi leggo alcune cose.

“Il risentimento è una gabbia dentro la quale rischi di dibatterti senza potermi uscire, consumandoti nell’ingorgo doloroso delle tue passioni tristi e nell’attesa della vendetta o di una giustizia costruita secondo la tua misura. Può il risentimento lasciare spazio al perdono, a questa parola che qualcuno ritiene oggi persino impronunciabile? C’è un piccolo perdono, frutto di un atteggiamento utilitarista di chi riesce a dimenticare il male che l’altro gli ha fatto ma contemporaneamente dimentica l’altro e pensa alla propria piccola tranquillità. In fondo, è un atto di sopravvivenza per non soccombere al dolore. E poi c’è il grande perdono in cui il male compiuto dall’altro non è l’ultima parola sul mio rapporto con lui, è frutto di uno sguardo d’amore; continuo a guardare l’altro e desidero per lui lo stesso bene che desidero per me. Un amico sacerdote mi ha regalato un quadretto con il testamento spirituale di Cristian De Chergé, il religioso rapito e poi ammazzato insieme a sette confratelli nell’abbazia di Tibhirine, in Algeria. Nel suo testamento, due anni prima della sua fine, immagina di poter perdonare con tutto il cuore, dice, chi lo avesse ucciso e chiede di poterlo ritrovare in paradiso concludendo con queste parole: “anche a te, amico dell’ultimo minuto che non avrei saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo addio nel cui volto ti contemplo e che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, padre nostro di tutti e due”.

 

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Dalla giustizia alla fraternità: l’intervento di padre Mario Picech S.I. https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/dalla-giustizia-alla-fraternita-lintervento-di-padre-mario-picech-s-i/ Wed, 06 Dec 2023 08:21:40 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=23528 Inizio questo breve intervento cercando di rileggerle la mia esperienza a contatto con i sistemi carcerari, (decennale con quello messicano e di pochi anni con San Vittore a Milano) prendendo spunto dalle parole di Papa Francesco. Mi soffermo su queste poche frasi della ‘Fratelli Tutti’:...

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Inizio questo breve intervento cercando di rileggerle la mia esperienza a contatto con i sistemi carcerari, (decennale con quello messicano e di pochi anni con San Vittore a Milano) prendendo spunto dalle parole di Papa Francesco.

Mi soffermo su queste poche frasi della ‘Fratelli Tutti’: “In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia.

  1. Nel testo si parla di processi: Quali i cammini avviati di cui sono testimone?
  2. Di ferite: Quali sono le ferite da guarire? Di quali ferite potrò parlare?

Dico subito che potrò parlare solo di quelle dei detenuti: di coloro che le hanno provocate.

Ed anche di chi le ha ‘incontrate’, in modo indiretto, attraverso l’ascolto. È la mia esperienza.

  1. E di guarigione. Chiedendosi come si potranno rimarginare.

 IL MIO INCONTRO CON I DETENUTI –  Mi sono ritrovato a visitare, negli anni, la gran parte delle carceri di massima sicurezza del Paese (8 dei 12 centri federali presenti nella Repubblica messicana) e questo, dopo una permanenza di otto anni in un’isola carcere, chiamata Islas Marias, nel Pacifico.

Quella nell’isola fu un’esperienza straordinaria di condivisione di vita di noi gesuiti con i detenuti. Una convivenza, non solo nostra, ma di tutto il personale sia quello dedito alla sicurezza, sia quello di carattere amministrativo, oltreché dell’area giuridica, educativa, e sociale a supporto dell’Istituzione. Fummo il primo gruppo di religiosi a vivere in pianta stabile in un carcere federale. Il complesso penitenziario si chiuse nel marzo del 2019.

La straordinarietà dell’esperienza consistette nel dare responsabilità ai prigionieri. (un’isola 150 km quadri – l’isola d’Elba ne ha 220 – non la si può attendere con il solo personale dell’Istituzione.) I detenuti avevano la mansione di cuochi, magazzinieri, addetti agli impianti, facevano gli autisti, … anche per il personale; poi meccanici, muratori, professori. L’isola non avrebbe funzionato senza il loro contributo. Erano parte del sistema logistico, ma anche di quello educativo.

Dopo la chiusura dell’Islas Marias, fui invitato a nei diversi Centri federali a svolgere soprattutto il mio ministero pastorale come sacerdote. Oggi aiuto il cappellano di San Vittore a Milano e continuo a collaborare con i direttori delle carceri messicane nell’accompagnamento spirituale dei detenuti; ospite nei diversi centri federali.

L’INCONTRO CON I FUNZIONARI –  Ci si potrebbe soffermare molto su come è organizzato il sistema carcerario messicano federale e sul suo rinnovo delle regole di detenzione.  Ora le carceri si chiamano Ceferesos Centri federali di recupero sociale. Sono passati più di dieci anni da quella riforma che ha come perni 1. la dignità del detenuto e 2. la sua integrazione sociale.

Non compete a me parlarne non avendo nessun incarico istituzionale. Voglio però raccontare un piccolo episodio che può essere emblematico della sensibilità che ho incontrato in alcuni funzionari. Non entro nei particolari, però provo a riportare le parole di una telefonata: “Padre, abbiamo pensato a lei per accompagnare una persona altamente pericolosa. È in uno stato di agitazione. Vuole uccidere me, il direttore del carcere: cerchi di volergli bene”.

Questa richiesta mi ha continuato a rimbalzare negli anni con tanti interrogativi: Cercare di voler bene a chi ci vuol far del male. Perché questa attenzione? Da dove nasce questa forza? Probabilmente fa parte della deontologia dei dirigenti pubblici: è loro dovere proteggere ed aiutare: Ma a quale costo!

Negli ultimi anni ho assistito alla morte di diversi funzionari del sistema federale: una strage di cinque semplici operatori uccisi nel giorno del dia della madre, nel Cefereso di Morelos, poi il direttore di Puente Grande, la direttrice dell’area tecnica in Chiapas, il direttore dell’area giuridica a Guanajuato. E parlo solo dei funzionari che ho conosciuto, e che, negli anni, mi hanno accompagnato nell’incontro dei detenuti più sorvegliati. Ho incontrato persone che si preoccupano di chi può farli del male, di chi li vuole uccidere. Questo fatto mi ha spinto a collaborare maggiormente con loro.

L’ASCOLTO E LA FERITA – Cosa ha significato per me entrare in contatto con i detenuti?

Sicuramente immergermi in tanti interrogativi sulla realtà del potere e sull’esercizio della violenza, ma anche riconoscere, con sorpresa, quanto il desiderio di far del bene sia radicato nello spirito umano. Sopito, nascosto, ingabbiato, ma basta un incontro significativo per farlo risvegliare.

Bastano persone capaci di far vedere che sono disposti a fare sacrificio per gli altri, per fare emergere ‘la parte buona’ di ognuno di noi.

       Cosa ha significato per me questo contatto?

Riporto ancora le parole del Papa: Un nuovo incontro non significa tornare a un momento precedente ai conflitti. Col tempo tutti siamo cambiati. Il dolore e le contrapposizioni ci hanno trasformato”.

Papa Francesco fa riferimento alle relazioni di riconciliazione tra parte offendente e parte lesa, ma, in realtà, qualsiasi incontro produce una trasformazione. A maggior ragione in quelli che avvengono in un sistema carcerario dove si entra a contato con chi sente in sé il peso del male compiuto.

Il contatto trasforma. Ha cambiato anche me, che del conflitto ho ricevuto solo una testimonianza indiretta.

       Come avviene questa ‘trasformazione’? Cos’è avvenuto in me? Partecipare di un dolore, di una sofferenza, di una ferita inferta o subita, che cosa provoca? Cosa ti succede?

Assorbi. Accumuli dolore, morti, violenze. Non ne vorresti conoscere i dettagli, ma alle volte alcuni detenuti sentono il bisogno di raccontarteli. Ascolti. Proteggi, chi parla o si confessa, dallo sguardo dei compagni. Accogli le persone e con esse i loro racconti spesso di una violenza inaudita.

Il contatto trasforma? Sì, ‘ferisce’. Quell’ascolto ti cambia? Sì, ti segna … anche se in apparenza non sembra. Me ne resi conto con l’esperienza del covid di qualche anno fa quando mi ammalai in modo significativo. In quella condizione di estrema debolezza e di senso di ‘distacco’, era come se si fosse risvegliato tutto il dolore interiore, l’angoscia, il senso di vuoto, accumulato nel tempo vissuto in carcere. Mentre, là, con mia sorpresa, l’incontro con le persone rinchiuse nei moduli più problematici, veniva vissuto con una inaspettata leggerezza.

 

L’ACCOGLIENZA E L’OFFERTA – L’incontro ti espone ad una ferita. E poi? Basta essere solidali o c’è dell’altro? Cosa si porta entrando in carcere?

Si può entrare per curiosità, ma si dura poco se si è centrati solo sui propri interessi. Si entra offrendo quello che si è, ma anche quello che si sa: il proprio sapere. Sicuramente c’è chi offre le proprie competenze: è il compito di molti operatori che lavorano nelle carceri e di molti volontari che aiutano a ricostruire una vita relazionale.

Per me, sacerdote, mi rimangono, come un monito che mi dà una direzione, le parole pronunciate dal vescovo durante l’ordinazione sacerdotale: Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai; imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”.

Queste parole nel tempo sono diventate la chiave di lettura per leggere ed abbracciare in una unità le innumerevoli lacerazioni che continuava a produrre questa esperienza. Ho cercato di ascoltare per accogliere le offerte di questo ‘popolo santo’ (un popolo che si cerca in tutti i modi di rendere ‘separato’ rispetto alla nostra vita civile) per poi offrirle, ogni giorno, nell’eucarestia, nel Simbolo dell’Offrirsi di Dio.

È proprio la categoria dell’offerta che mi permette di dare unità all’esperienza di questi anni. E penso che questo possa valere anche per chi è stato dichiarato colpevole di un delitto e ne sconta la pena.

Ma quali sono gli aspetti che, come tentazioni, ostacolano questa possibilità, come dice il Papa, di “tentare una nuova sintesi per il bene di tutti”. Cosa distrugge questa ‘visione’?

La tentazione più grande, soprattutto per chi si è macchiato di gravi reati, è quella di identificarsi con il delitto stesso. Ricordo, in particolare, un episodio in cui, alla gioia di poter visitare alcuni detenuti maggiormente isolati. Uno di loro mi si avvicinò con queste parole: “Padre, no se da cuenta que entrò en una jaula con los leones? Come dire: siamo uomini di potere, pericolosi forti, capaci di sbranare, fare a pezzi e divorare. Insomma: delle fiere. Si identificavano con delle immagini di forza bruta. Candidamente gli risposi: “A mi, me parecen todos angelitos”. Davvero mi rapportavo a loro in questo modo, riconoscendoli come portatori di un messaggio fraterno nonostante la pesantezza dello sguardo che faceva trapelare le loro esperienze violente. Ne ero certo: custodivano anche un desiderio di bene, di fraternità, che non aveva trovato strada per esprimersi.

Aggiungo un’ulteriore considerazione: in un luogo di detenzione, le limitazioni non interessano solo la realtà del movimento o quello delle relazioni, ma ‘le pareti’ fanno emergere un limite radicale che va al di là degli aspetti esteriori toccando il mondo delle significazioni. Mi spiego: Quando non si riesce a cogliere la complessità del mondo in cui vivi, allora, si prova a semplificarlo: lo si definisce fino a ridurlo alla logica binaria del bianco o nero, dell’amico o nemico; fino all’assurdo di stabilire chi è colui che merita di vivere e chi invece deve essere eliminato.

Si limita l’interpretazione della realtà riducendo i suoi significati solo gli estremi.

È il modo di pensare di chi commette un crimine, rendendo esplicita la sua incapacità di relazionarsi nella complessità della vita sociale. Qui entri il ruolo degli educatori. Penso che uno dei compiti principali di un sistema educativo carcerario sia proprio quello di favorire l’allargamento dello spettro di significazioni della realtà … fino a poterne riunire gli estremi che permettono di riconoscere, nel ‘nemico’, il fratello.

Anche una visita inaspettata può entrare in questo compito. Sembrerà poetico, ma alle volte è bastato un sorriso che esprimesse il desiderio di stare con chi è in carcere per illuminare uno sguardo segnato dalla violenza e quindi dalla incomunicabilità.

È così anche per chi incontro in carcere? Oltre al nostro modo di guardare la realtà, c’è qualche riscontro che confermi il desiderio di offrirsi?

Sempre un detenuto cerca di offrirti qualcosa. E se non ha nulla? Il tempo in carcere non manca. Si offre il tempo: un tempo dedicato alla preghiera. Chi è in isolamento spesso entra in relazione con gli altri attraverso la preghiera. È il legame con Dio che fa da ponte con l’esterno. Si portano a Dio le necessità dei propri cari. Si prega per la loro protezione, ma l’orazione non si limita soltanto ai conoscenti. Mi è capitato spesso da parte dei detenuti di ricevere la richiesta del nome di qualche persona in difficoltà per cui pregare. Era visto come l’unico modo possibile di donarsi e di esprimere la propria gratitudine. Un modo per potersi sentire parte di una comunità e di dare il proprio contributo alla sua crescita.

C’è poi il desiderio, come di ogni uomo, di offrire la propria vita a Dio: una vita da tanti giudicata; una vita che a ripercorrerla con la memoria risulta spesso fonte di frustrazione e di rabbia. Quella vita viene offerta a chi desidera accoglierla.

 

UN LUOGO DOVE “RICONOSCERSI” NELL’UNITA’ – Come leggersi parte di una comunità? Innanzi tutto, si tratta di ritrovarla recuperando i gesti buoni che abbiamo compiuto nella vita e tutte quelle opere di bene di cui siamo stati oggetto. Ma soprattutto ritrovarli composti in una visione.

Il Papa spesso parla spesso di guardare l’orizzonte, di leggersi in una visione che faccia unità di tutti noi. Della necessità di leggersi in una visione ne ebbi una maggiore consapevolezza la scorsa estate, grazie al racconto di un detenuto: “Eravamo un gruppo di brave persone, chi lavorava, chi studiava, insomma, appartenevamo a delle buone famiglie. Nell’arco di pochi anni ci siamo ritrovati ad essere un gruppo di criminali. Cos’è che ci ha trasformato in questo modo? E qui la sua lettura dell’esperienza criminale mi sconvolse. “Ci veniva offerta un’avventura. Una vita sopra le righe. Non si pensava a quello che si stava facendo. Si faceva”. Veniva data una visione!

Nelle visite in carcere ho chiesto sempre con insistenza di poter mangiare nei moduli con i detenuti, soprattutto con chi, per storia personale, si è ritrovato a vivere in un regime di ferreo isolamento. Era necessario un segno che ci ricordasse che siamo parte di una stessa comunità, e il cibo mangiato in comune, non quello preparato per te a parte, lo comunicava nei fatti, senza tante parole. Mangiare ad una stessa tavola riconoscendoci bisognosi di uno stesso cibo. Una mensa che per me diventava inoltre segno fattuale di quella liturgica del banchetto Eucaristico.

C’è bisogno di uno spazio dove ‘situarsi’ per ritrovare questi legami intessuti in una trama che ci racconti storie che ci danno una visione sulla vita.

L’immagine dell’Ultima Cena di Leonardo, ritrovata presente in tante case dei messicani e tatuata in molti corpi, ci ha accompagnato in questo percorso. Una tavola imbandita in cui ci ritroviamo commensali del Signore, dove ognuno di noi porta il proprio cibo e lo condivide con quello degli altri.

C’è bisogno di un luogo dove poter trovare ricomposti, direi trasfigurati, i legami lacerati. Luoghi in cui raccontare il proprio dolore, ma soprattutto dove poter ritrovare la propria offerta accolta in una Offerta più grande.

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Dalla giustizia alla fraternità: guarda gli interventi del 2 dicembre 2023 https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/dalla-giustizia-alla-fraternita-guarda-gli-interventi-del-2-dicembre-2023/ Mon, 04 Dec 2023 15:15:26 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=23455 Si è concluso sabato 2 dicembre, con il simposio dal titolo Dalla giustizia alla fraternità, il percorso dei Cammini Giubilari Sinodali per il 2023. La professoressa Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale ed ex Ministro della Giustizia nel governo italiano; padre Mario Picech S.I.,...

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Si è concluso sabato 2 dicembre, con il simposio dal titolo Dalla giustizia alla fraternità, il percorso dei Cammini Giubilari Sinodali per il 2023.
La professoressa Marta Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale ed ex Ministro della Giustizia nel governo italiano; padre Mario Picech S.I., per anni cappellano del carcere di massima sicurezza nella Islas Marias in Messico e la scrittrice e attrice Valeria Collina, di fede musulmana e madre di uno dei tre terroristi degli attentati del 3 giugno 2017 a Londra, hanno raccontato agli oltre 300 partecipanti le loro preziose testimonianze sul concetto di giustizia riparativa; una giustizia che ricuce le relazioni spezzate e rifiuta ogni forma di violenza.
Gli appuntamenti, in preparazione al Giubileo 2025, organizzati in collaborazione con la Basilica Papale di San Pietro, hanno avuto inizio nel 2022 con il tema della cura e proseguiranno nel 2024 sul tema dell’amore politico.
Guarda il video degli interventi dei relatori dello scorso sabato, 2 dicembre.

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Cammini Giubilari Sinodali, il 2 dicembre “Dalla giustizia alla fraternità” https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/cammini-giubilari-sinodali-il-2-dicembre-dalla-giustizia-alla-fraternita/ Tue, 21 Nov 2023 16:06:35 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=23121 Si terrà sabato 2 dicembre, alle ore 14 presso l’Aula Nuova del Sinodo, l’incontro Dalla giustizia alla fraternità, sesto appuntamento dei Cammini Giubilari Sinodali, organizzati dalla Fondazione Fratelli tutti in collaborazione con la Basilica Papale di San Pietro, in preparazione al Giubileo 2025. Al centro dei lavori il tema...

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Si terrà sabato 2 dicembre, alle ore 14 presso l’Aula Nuova del Sinodo, l’incontro Dalla giustizia alla fraternità, sesto appuntamento dei Cammini Giubilari Sinodali, organizzati dalla Fondazione Fratelli tutti in collaborazione con la Basilica Papale di San Pietro, in preparazione al Giubileo 2025.

Al centro dei lavori il tema della giustizia e della sua promozione nelle diverse realtà quotidiane, secondo le indicazioni del capitolo VII – Percorsi di un nuovo incontro – dell’Enciclica Fratelli tutti.

Ne discuteranno la professoressa Marta Cartabia, già presidente della Corte costituzionale e Ministro della Giustizia nel governo italiano, padre Mario Picech S.I., per anni cappellano del carcere di massima sicurezza nella Islas Marias in Messico e Valeria Collina, di fede musulmana e madre di uno dei tre terroristi degli attentati del 3 giugno 2017 a Londra, che sta promuovendo il dialogo attraverso la costruzione della giustizia che rifiuta ogni forma di violenza.

“L’esperienza dei Cammini Giubilari Sinodali, a cui partecipano molte realtà che nella società si occupano di giustizia, promuove un’idea universale e una particolare di giustizia. La prima permette l’incontro personale e la possibilità di andare oltre le culture di appartenenza. La seconda porta a considerare il «bisogno» dell’altro come paradigma di giustizia, una sorta di principio organizzatore della vita sociale – dichiara padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli tutti, che modererà i lavori -. Quando le società scelgono la fraternità, la giustizia invece di essere vendetta diventa riparazione e purificazione della memoria di ciò che è accaduto. Dobbiamo ricostruire una cultura della giustizia che va oltre l’immagine della spada e della bilancia. La giustizia rammenda con ago e filo quelle relazioni sociali e personali che si rompono a causa della violenza e della guerra. Si tratta di un cammino adulto e difficile che dà frutti quando lo si sceglie”.

L’appuntamento del 2 dicembre chiude il ciclo d’incontri per questo 2023, che ha avuto all’orizzonte proprio il capitolo VII dell’Enciclica Fratelli tutti e ha posto al centro della riflessione la riparazione e la ricomposizione delle relazioni personali, sociali e politiche come antidoto alla vendetta o alla pena esemplare.

Dopo gli interventi dei relatori, il pomeriggio proseguirà – come di consueto – con tavoli di condivisione per riflettere e scambiarsi buone pratiche sul tema discusso. I lavori termineranno con la visita a porte chiuse nella Basilica di San Pietro per ripercorrere spiritualmente il tema della giustizia.

Il percorso dei Cammini Giubilari Sinodali ha avuto inizio nel 2022, anno durante il quale è stato affrontato il tema della prossimità e della cura; il 2024 sarà invece dedicato al tema dell’amore politico.

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La costruzione della fraternità della pace: l’intervento del Gen. Figliuolo https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/la-costruzione-della-fraternita-della-pace-lintervento-del-gen-figliuolo/ Sat, 04 Nov 2023 12:28:09 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=22748 Trascrizione da video non verificata dall’autore Il discorso che ha tenuto il Generale Francesco Paolo Figliuolo lo scorso 23 settembre al simposio organizzato dalla Fondazione Fratelli tutti, in collaborazione con la Basilica papale di San Pietro. Buon pomeriggio a tutti, mi fa piacere condividere con...

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Trascrizione da video non verificata dall’autore

Il discorso che ha tenuto il Generale Francesco Paolo Figliuolo lo scorso 23 settembre al simposio organizzato dalla Fondazione Fratelli tutti, in collaborazione con la Basilica papale di San Pietro.

Buon pomeriggio a tutti, mi fa piacere condividere con voi qualche riflessione e vedere religiosi, laici, persone di età diverse tutti assieme qui. Ringrazio Padre Occhetta; il mio ringraziamento di cuore va al Vicario generale di Sua Santità della Città del Vaticano, Cardinale Mauro Gambetti, che mi ha invitato qui concedendomi il privilegio di parlare a questa platea, confrontandoci sul tema della costruzione della fraternità della pace. Ovviamente le mie sono le riflessioni di un ufficiale, un comandante, di un uomo che ha avuto il privilegio di servire l’Italia, avendo le responsabilità di uomini e donne.

Una parte autentica della mia vita militare, al pari di tantissimi uomini e donne in uniforme, l’ho servita in aree del mondo dove ci sono persone che soffrono per situazioni di conflitto armato perché appena cessato, oppure per situazioni di grave instabilità dove violenze e terrorismi la fanno da padrona e quindi c’è bisogno di una forza militare che vada in qualche modo a fermare questi conflitti che nascono da fattori socio-economici, politici; spesso sono alimentate da insopportabili disuguaglianze e da odio etnico e raziale. Noi abbiamo giurato di servire in armi il nostro Paese e la nostra comunità con disciplina e onore, seguendo un ideale basato su valori come la lealtà, l’obbedienza, la generosità, lo spirito di sacrificio. Nella caserma degli Alpini di Torino dove ha sede la brigata taurinense che ho comandato fra il 2010 e 2011, c’è un monumento ai caduti con un’iscrizione significativa “la fede per credere, il coraggio per agire”. Parole che risuonano ancor di più ripensando alla figura di San Maurizio, partono degli Alpini, celebrato proprio ieri (ndr. 22 settembre), il quale fu esempio di abnegazione e coraggio di non rinunciare alla fede e ai suoi ideali.

Quindi, il coraggio della scelta. Noi militari, come ho detto, siamo impegnati molto per cercare di portare un po’ di serenità in questi luoghi del mondo dove spesso, come ha detto Papa Francesco, c’è una terza guerra mondiale a pezzetti. Se guardiamo la situazione mondiale in questo momento ci sono circa 7500 militari italiani, che operano alle mie dipendenze, e che sono al servizio della sicurezza e stabilità in 26 paesi sottostanti alle leggi delle Nazione Unite, Unione Europea, o anche bilaterali. I nostri compiti sono tanti, variegati. Sicuramente portare in modo imparziale la sicurezza, senza la quale nessuna convivenza pacifica è possibile o duratura, quindi disinnescare crisi e conflitti, lavorare per riannodare i fili di convivenza travolti dalla guerra, provvedere ai bisogni più urgenti di popolazioni sofferenti che chiedono protezione, disarmare e bonificare il territorio, spesso pieno di ordigni inesplosi, formare le forze di sicurezza locale, affinché possano lottare contro le violenza e il terrorismo, favorire la ricostruzione promuovendo presso le istituzioni neonate il buon governo, i valori reali di democrazia e di coesistenza pacifica e il rispetto dei diritti umani. Questa è un’opera complessa che poggia sulla grande preparazione professionale, su un’organizzazione attenta e sull’umanità riconosciuta universalmente al militare italiano, qualsiasi sia il suo grado. Devo dire, è veramente apprezzata da noi comandanti l’opera dei cappellani militari – non lo dico perché siamo in questa sala dove sarebbe facile accogliere ovviamente un plauso – ma vi posso dire che i nostri soldati spesso, quando sono in condizioni di lontananza dai propri affetti, perché poi ognuno di noi chiaramente dietro l’uniforme ha un ruolo umano, la propria fede e i propri affetti, si stringe spesso attorno ai cappellani che fanno davvero un’opera meritoria e ci fanno sentire un po’ tutti a casa.

È importante l’umanità che viene espressa attraverso la solidarietà, il rispetto della cultura altrui. Il militare italiano ha questa caratteristica: ascolta e parla con tutti, e quando lo fa, guarda negli occhi le persone; vede in esse esseri umani, non colori, pregiudizi; noi cerchiamo di operare in questo modo, poi è chiaro che ci può essere sempre qualche eccezione, però vi posso garantire che questo è un segno distintivo e fa dell’Italia quello che viene definito un soft power perché è chiaro, noi non siamo una superpotenza. Noi abbiamo un’organizzazione efficiente ma i nostri numeri sono limitati rispetto ad altri, eppure l’Italia viene apprezzata nel mondo grazie a questo modo di fare.

Ascolto e dialogo, uniti a fermezza e determinazione, quando ce n’è bisogno, sono la cifra dei nostri valori. Noi facciamo attività di peacekeeping, un’eccellenza di cui l’Italia può andar fiera, un esempio che contribuisce non poco alla sua reputazione nel mondo. A me vengono in mente tanti esempi di vita che ho trascorso: penso ai Balcani, quando nel 2000 (pensate che la guerra civile che portò poi a scatenarne una in armi è del 99 con l’intervento della Nato; tra marzo e giugno ci fu un bombardamento che portò anche bombardamenti in Serbia e furono 78 giorni che rappresentarono un caso di diritto internazionale e di geopolitica, perché si intervenne prima della risoluzione Onu del giugno 99, quindi fu ex post che questo intervento ebbe le sue fondamenta giuridiche). Nel 2000 – dicevo – con la mia unità di artiglieria di montagna avevo il compito di garantire quel poco di libertà di movimento, ma sicuramente la sicurezza, di un paese di circa 1000 abitanti che di fatto era un’enclave serba nella zona di Pec Peja. Fu davvero una grande esperienza per tutti noi soprattutto dal punto di vista umano. Comunemente uno pensa: “i kossovari albanesi oppressi, i kossovari serbi oppressori”, ma poi quando una persona si cala nella parte e va proprio sul territorio, capisce che il mondo non è bianco e nero ma ha tantissime sfumature. Che cosa stava capitando lì? Poi lo disse benissimo Enzo Biagi che a Pasqua del 2000, tra i suoi giri, passò con me una mezza giornata a vedere le aree più indicative e notò che l’uomo dava sfogo – in quel periodo – al peggio di sé. La guerra civile, quindi, rappresenta davvero un qualcosa di bestiale, di terrificante. Porta gli istinti peggiori dell’uomo. Che cosa capitava? In questa città di Pec i vicini di casa, che fino a qualche giorno prima bevevano assieme caffè o un bicchiere d’acqua, quando c’è stata la guerra, hanno occupato la casa del vicino, cose terribili. Sostanzialmente, queste 1000 persone vivevano isolate e denigrate da tutti perché erano kossovari serbi e dopo, anche lì c’era la scala umana: i kossovari albanesi in posizione di comando, poi c’erano i kossavari serbi, poi c’erano i rom e altre etnie; c’era sempre un ultimo. Si creavano cose incredibili, tipo tombe profanate per i motivi più vari: perché – per esempio – i kossovari albanesi pensavano che lì dentro c’era un giovane che aveva aderito all’esercito serbo.

Poi sono tornato nel 2014 e ho trovato una situazione diversa: non si vedeva più quello che si vedeva allora, come i bombardamenti nella piazza principale; sembrava quasi una situazione di normalità, lì ho avuto il privilegio di comandare la forza multinazionale, quindi da un comandante di un’unità di 250/300 persone, comandavo una forza multinazionale che era allora quasi 5000 uomini e donne appartenenti a una trentina tra paesi NATO e paesi amici alleati. Era quindi una situazione migliore, la guerra non c’era più, c’erano tensioni inter-etniche dovute al fatto che la questione, ancora oggi irrisolta, ha bisogno di tempo, dialogo, maturità da parte delle classi dirigenti che vanno formate e che devono avere lungimiranza, avendo loro una visione del futuro del proprio paese. Un fenomeno di quel periodo che mi è rimasto molto impresso è stato quello dei giovani, bravi e abbastanza istruiti che però avevano perso totalmente la fiducia del futuro, ovvero ritenevano che non ci fosse possibilità di ascensione sociale nel loro paese perché di fatto quella classe dirigente era legata al potere, all’esercito di liberazione del Kosovo, l’UCK, che soffocava qualsiasi diversità, non era inclusiva e si auto perpetrava; quindi c’è stata un emigrazione verso l’Europa e in un Paese di circa 2 milioni di persone, tra il 2014 e il 2015 sono andate via un centinaio di migliaia di persone, la maggior parte delle quali faceva parte della classe attiva del paese. Se non si scava nelle motivazioni, il perdono però è veramente difficile. Una volta il presidente kosovaro mi disse di essere contento poiché il Paese stavano meglio rispetto al 2014 poiché stavano scordando dei brutti avvenimenti ma che non erano ancora pronti al perdono. Anche qui, il fattore tempo e le azioni che possono fare le istituzioni come l’Unione Europea e la NATO sono importanti, ovvero cercare di portare benessere, lavoro. Io essendo una persona semplice, a volte mi domando se fosse stato più efficiente investire sulle famiglie dei territori, piuttosto che su organizzazioni non coordinate e sinergiche; la mia è una riflessione magari non tanto appropriata che mi piaceva condividere oggi. Io credo che sia vero che la storia si ripete, motivo per il quale i comandanti e gli operatori delle organizzazioni, governative e non, devono studiare e essere preparati. Ricordo che ci fu un episodio nell’aprile 2015 vicino Mitrovica, tristemente ricordata per il suo ponte che divide invece che unire, di un ragazzo albanese che, insieme ai suoi amici, cercò di rubare un cane da un canile di proprietà di serbi, i quali rincorsero i ragazzi, uno di questi cadde nel fiume e non lo ritrovarono più. Ho pensato che l’accaduto fu simile a ciò che successe nel 2004 a Mitrovica, ossia che furono ritrovati 3 bambini albanesi annegati in un fiume o che li avessero annegati nel fiume Iba. Questa notizia scosse la popolazione, ci furono violenti scontri che generarono 19 morti, oltre 500 feriti, 23 edifici di culto religioso kosovaro-serbo bruciati. Quando ci sono queste cose bisogna poi cercare di decidere rapidamente e intervenire ma alla base dell’intervento, cosa c’è stato? Il dialogo, la comunicazione efficace alle comunità e alla famiglia, e fare in modo che le notizie non fossero manipolate per creare cose peggiori. Grazie a questa opera di mediazione, fatta sia dai militari italiani sia svizzeri, presenti in quel settore, fece sì che i rappresentanti di Kfor hanno partecipato al funerale di questo ragazzo, trovato dai sommozzatori.

Alla gente viene da domandarsi il perché della presenza dei militari svizzeri nel settore serbo con i militari serbi; anche a me veniva la stessa curiosità quando li avevo alle dipendenze finché non ho appreso che in Svizzera c’è molta emigrazione sia dal Kosovo sia dalla Serbia; quindi chiedono di venire in missione, conoscono spesso la lingua.

Voglio condividere brevemente con voi anche l’esperienza in Afghanistan, dove noi poi, per decisione più o meno unilaterale presa dagli Stati Uniti, ci siamo ritirati. Però lì qualche seme l’avevamo lanciato, nella ricostruzione, nel portare valori democratici, cercare di dare un ruolo alle donne che erano neglette, non potevano studiare, e abbiamo fatto tanti progetti – io sono stato a Kabul ma poi specialmente Herat – come l’inserimento delle donne nella società civile, addirittura progetti sponsorizzati e finanziati dal Ministero degli Esteri e della Difesa, per garantire il successivo reinserimento delle donne detenute. Oggi noi abbiamo moltissimi progetti in queste nazioni: in Somalia sono stati ristrutturati diversi ambulatori della capitale; in Libia sono stati stanziati fondi per assistere la sanità pubblica attraverso quella che noi chiamiamo la Cooperazione civile militare; progetti per l’istruzione in Niger, che in questo momento è attraversata da un colpo di stato militare; abbiamo di recente donato computer, proiettori, stampanti, impianti audio e altri ausili a diverse scuole; progetti per l’inclusione delle donne, spesso discriminate ed escluse dal contesto sociale ed economico; abbiamo realizzato questi progetti prima in Kosovo poi in altri stati specie in Africa; iniziative di tutela del patrimonio culturale in Libano, nel 2021 abbiamo sostenuto la riqualificazione del sito archeologico di Tiro.

Qual è l’ingrediente essenziale? Lo spirito di squadra; coinvolgere tutti gli attori, le istituzioni, le comunità – confrontandosi anche con toni accesi ma sempre con l’idea di trovare un punto d’intesa. E questo è un metodo che ho cercato di applicare anche durante la mia esperienza di Commissario per l’emergenza covid. Una campagna vaccinale senza precedenti che ha portato il Paese fuori da una gravissima crisi sanitaria, economica e sociale ed è stato possibile grazie alla collaborazione per il bene comune, a uno spirito di coesione. L’attenzione che ho voluto portare e mettere in priorità è stata quella sempre delle fasce più deboli, di quelle che potevano avere gli esiti peggiori nel caso avessero incontrato questo virus infido e cattivo, quindi la priorità ai deboli, ai fragili, agli anziani che sono poi le nostre radici. Questo è quanto fu stabilito con l’ordinanza – ricordo il numero – numero 6 dell’aprile 2021, fortemente voluta dall’allora presidente Draghi con cui mi confrontai. Poi quella che ho chiamato la Vaccinazione etica, in favore degli invisibili: facemmo un progetto pilota con la Comunità di Sant’Egidio a Roma, ma poi fu ampiamente replicato da altre parti. Questa è una delle più belle pagine, dal mio punto di vista, di quel periodo, ma anche in quell’occasione i nostri militari hanno operato in tanti campi dal supporto logistico, alla consegna e custodia dei vaccini. Ma quello che a me è molto piaciuto è stata l’intuizione di mandare delle squadre mobili nelle regioni più compartimentate, che avevano più difficoltà a fare delle vaccinazioni. Poi magari quelle che possono sembrare un numero minimo rispetto a quelle effettuate nei grandi hub per noi rappresentavano comunque tanto poiché andavamo a vaccinare persone che o non potevano muoversi, perché magari allettate, o perché non alfabetizzate dal puto di vista informatico, o per altri motivi. Noi vediamo noi stessi in relazione a ciò che ci circonda, mentre dovremmo espandere il nostro orizzonte. Anche in Italia c’è gente che vive in posti sperduti e magari non sa che è importante vaccinarsi, o non poteva accedere alla app per prenotarsi, quindi quella è stata un’altra bella pagina. Poi, dal mio punto di vista, era anche un modo per fare una strategia di lungo periodo, ovvero vedere i militari anche con quest’occhio perché spesso ci si interroga sull’utilità di tali figure. C’era la voglia di fare qualcosa di buono. L’esperienza quindi sul campo aiuta a comprendere, conoscere e avere empatia per chi è in difficoltà.

Adeso con quest’ultimo incarico, abbinato a quello che già ho, mi reco spesso nelle terre colpite dall’alluvione. L’intenzione è di incontrare e capire chi ha patito perché è chiaro che noi dalle carte sappiamo però – vi posso assicurare – che quando si incontra questa gente straordinaria, dignitosa, operosa, quello che riceve di più sono io. Al mio rientro sono molto più motivato per cercare di fare bene nel più breve tempo possibile.

Concludendo, sarebbe bello vivere in assenza di conflitti, chiaramente, però noi dobbiamo cercare di costruire questa condizione. Come militari noi lo facciamo cercando di portare sicurezza perché essa, a mio avviso, è una precondizione, è anche per il benessere che tutti dovrebbero avere e condividere. A mio avviso, gli strumenti sono quelli sicuramente di dover studiare, inquadrare bene i posti in cui si va ma soprattutto ascoltare, comprendere e confrontarsi senza pregiudizi, in maniera aperta, avendo molta pazienza.

Io parlo spesso della pazienza strategica; come la goccia, quella che scava anche la pietra, dicevano gli antichi; quello va fatto, ossia uno non si deve arrendere: deve ripetere e, se l’altra persona non capisce, come militare, ho anche l’arma ma io la ho perché devi capire che certi comportamenti non vanno fatti quindi piano, piano, bisogna cercare di fare un cammino di questo tipo. Sarebbe ovviamente bello avere la fratellanza, il mio pensiero va a ciò che accade in Ucraina, una guerra sanguinosa alle porte di casa. Io penso che nessuno di noi prima di febbraio 2022 avrebbe potuto pensare questo scenario. E’ un fatto gravissimo e credo che tutti quanti stiamo cercando e cercheremo di fare il massimo affinché questo di fermi.

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La costruzione della fraternità della pace: l’intervento di Sergio Barbanti https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/la-costruzione-della-fraternita-della-pace-lintervento-di-sergio-barbanti/ Tue, 17 Oct 2023 12:06:17 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=21748 Trascrizione da video non rivista dall’autore. Il discorso che ha tenuto l’ambasciatore d’Italia in Israele lo scorso 23 settembre al simposio organizzato dalla Fondazione Fratelli tutti, in collaborazione con la Basilica papale di San Pietro. Ringrazio Padre Francesco; ringrazio il cardinale Gambetti per l’invito qua...

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Trascrizione da video non rivista dall’autore.

Il discorso che ha tenuto l’ambasciatore d’Italia in Israele lo scorso 23 settembre al simposio organizzato dalla Fondazione Fratelli tutti, in collaborazione con la Basilica papale di San Pietro.

Ringrazio Padre Francesco; ringrazio il cardinale Gambetti per l’invito qua oggi. Grazie a tutti voi per essere qui. Grazie anche a Suor Rita, che non conoscevo prima e che ho potuto conoscere adesso. Il mio discorso se posso descriverlo così, sarà come un’ape che passa da fiore in fiore. L’argomento è talmente vasto e, trattando del mondo, i temi sono talmente importanti che alla fine cercherò di selezionarne solamente alcuni. Chi di voi ha mai usato Google Maps? Una persona cerca un piccolo posto su Google Maps; Google Maps parte dal generale, dallo spazio; vede la Terra, poi piano, piano si concentra e arriva fino a lì. Guardiamo la Terra dal di fuori, consideriamola un unico organismo vivente, composto da esseri viventi, umani e non umani. Se facessimo l’esame del sangue alla Terra e poi dessimo un’occhiata, naturalmente considerando le voci che hanno una maggiore importanza, che idea ci faremmo dello stato di salute di questo unico organismo vivente?

La XVII edizione del Global Peace Index del 2003, un indice che misura lo stato della pace a livello globale, nel 2023 indica che è il nono anno di peggioramento. Ci sono oggi 55 conflitti armati attivi nel mondo, di cui 8 sono guerre e 22 internazionalizzati, ovvero che c’è un intervento di altri paesi, estranei al conflitto in sé stesso. C’è una crescita del 96% di decessi legati alle guerre, rispetto all’anno scorso. E non è solo dovuto all’Ucraina, anzi, in gran parte è dovuto all’Africa. Questi sono dati tremendi.

Associamoli ai dati economici. Paradossalmente, il costante peggioramento dello stato di salute della pace del mondo, si realizza in condizioni di espansione economica globale. Il nesso tra pace e crescita economica è messo in forte dubbio. Nel 2022, il mondo ha raggiunto un PIL record di 100 trilioni di dollari; nel 2037 sarà raddoppiato. Questo cosa vuol dire? Che noi viviamo in un mondo che forse potremmo definire obeso e malato. Mi fermo qua per adesso a citare solamente un dato. Accenno solo brevemente perché vorrei evitare di dilungarmi ma è importante: dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, e in particolare della Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace del 1984 i giuristi ritengono che esista un diritto internazionale alla pace con il rispetto dei diritti umani come elemento fondamentale. Roberto Bobbio giustamente ha indicato che se vuoi la pace, prepara la pace. Si sa benissimo che in genere la dicitura è si vis pacem, para bellum, non lo mettiamo in discussione, però se una persona non nutre le radici della pace, la pace si spegne.

Questa diagnosi ci porta a domandarci in che cosa sia malato il mondo in cui noi viviamo; sostanzialmente nelle relazioni: la guerra è sicuramente uno degli elementi più evidenti di una forte crisi relazionale. Che tipo di relazioni? Allora diciamo relazioni tra gli esseri umani tra di loro, tra gli esseri umani e l’ambiente, all’intero degli esseri umani tra sé e sé, relazioni in relazione al trascendente, che secondo me è Dio; comunque, ognuno può avere una propria idea di trascendenza.

Se uno mi domanda di che cosa mi occupo nel mio lavoro, la mia risposta è che io mi occupo di relazioni. Recentemente, a Tel Aviv una persona, ospite a casa di amici, mi ha detto: “Ma scusa, oggi che le informazioni e i commenti sono accessibili così facilmente, che bisogno c’è che la vostra funzione esista ancora? È tutto così accessibile”. Io ho fatto presente che non mi occupo di informazioni, io utilizzo le informazioni. Io mi occupo di relazioni. Per questo aspetto trovo molto illuminante il passaggio dell’enciclica Fratelli tutti dove si dice che la vita è l’arte dell’incontro. Io credo realmente che la vita sia l’arte dell’incontro. In questo senso, è necessario tenere conto dell’importanza dell’incontro in sé, ma anche del fatto che deve essere un’arte, non soltanto una tecnica. La vita è l’arte dell’incontro. Aggiunge il paragrafo, “anche se tanti scontri sono nella vita”, ma questo l’abbiamo già visto.

Tutto ciò per dire che cosa? Che alla domanda che mi hanno fatto ho risposto che le relazioni richiedono la presenza fisica della persona nel luogo. Per questo noi diplomatici viviamo nelle capitali del mondo; io potrei fare delle conferenze online e ogni tanto andare a incontrare le persone, ma no, io devo vivere in questi posti. Ancora, Fratelli tutti questo lo esprime estremamente bene. Quello che cercherò di fare è di vedere in che maniera il concetto di fraternità si integra con quello che io faccio nella vita e con il mio modo di lavorare.

Cito l’enciclica: “C’è bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo e perfino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana”. È assolutamente così. Nel mio lavoro la cosa che conta più di tutti è l’incontro con una persona, il tempo e la qualità del nostro incontro. Il 98% della comunicazione, come ci dicono i neurologi, è non verbale. La società, sempre più globalizzata, ci rende vicini ma non ci rende fratelli e questo è un aspetto che – immagino – tutti voi vi troviate ad affrontare. La vicinanza che dovrebbe in un certo senso essere un aiuto nelle comunicazioni, spesso invece non ci aiuta. Io definisco il mio fare il diplomatico, tra le altre maniere, come un viaggio alla scoperta della fraternità.

Adesso io toccherò alcuni punti e, nel toccarli, userò tre immagini.

La prima immagine è l’immagine del pane. Per immagine del pane, intendo, e credo che noi tutti ce l’abbiamo in mente, quella del panettiere quando impasta il pane, quello che fa – il generale prima parlava della pazienza. Impasta con pazienza, gli serve tempo, forza – lasciamo da parte l’impastatrice perché chiaramente è il contrario di quello che sto cercando di dire – mette il lievito, dopodiché lo mette da parte, lo fa riposare, si riposa lui, lo fa lievitare, dopodiché lo mette nel forno. Credo che questa metafora sia una metafora data a ognuno di noi nella vita, anche nella mia, e cioè la cura, la pazienza, l’impegno, la dedizione e la forza che bisogna mettere in quello che uno fa. Quando penso al momento della lievitazione mi viene in mente, vivendo in Israele, essendo essa a stretto contatto con la cultura ebraica, lo Shabbat, che è esattamente questo: è il fermarsi per lasciare lievitare. Un meraviglioso libro di Usher sullo Shabbat dice che dalla distruzione del secondo tempio nel 70, momento in cui è iniziata la diaspora del popolo ebraico, gli Shabbat sono diventati le cattedrali del popolo ebraico.

Accenno un attimo agli ingredienti, ne voglio toccare solo alcuni: in particolare il sale, quale può essere il sale? Prendersi cura dell’altro e del creato, ad esempio. Personalmente, io ogni volta che incontro una persona, qualcuno che mi chiede anche un’informazione per strada, io penso che quella persona in quel momento mi sia stata affidata. Quanto la cura del creato, vi accenno alcuni dati: esiste un riferimento, si chiama Overshoot Day, indica il momento in cui si sono esaurite le risorse rinnovabili annuali. Vi ricorderete la famosa canzone che recitava il 21 del mese i soldi erano già finiti, no? Tenete conto che il globo genera automaticamente delle risorse rinnovabili, nel senso che poi vengono rigenerate. In che momento dell’anno noi abbiamo già consumato tutte quelle rigenerate nell’intero anno e stiamo cominciando già ad intaccare, per così dire, il capitale. In altre parole, stiamo cominciando a segare il ramo sul quale noi siamo seduti. Nel 2022, questo giorno è stato il 28 luglio, cioè il mondo il 28 luglio dello scorso anno ha consumato tutte le risorse rinnovabili disponibili in quell’anno. Cinquant’anni fa, nel 1972, era il 14 dicembre, cioè ce l’avevamo quasi fatta. Per l’Italia, questa data è maggio. Allora, i soldi non sono finiti il 21 del mese, i soldi sono finiti al 10 del mese. Non tener conto di questo, vuole un po’ dire rubare il pane dell’altro, perché gli effetti saranno gravissimi. Gravissimi perché ci sarà una corsa alle risorse del presente e si ipoteca il futuro di quelli che verranno dopo di noi. Naturalmente si possono cambiare le abitudini, ed io ci spero molto, però per farvi sorridere su una cosa, guardiamo le macchine e il loro utilizzo. Diversi studi riportati dall’Economist indicano che le autovetture trascorrono tra il 90 e il 96% del tempo parcheggiate da qualche parte e che gli spostamenti medi sono tra i 6 e i 10 chilometri. Io sono contentissimo di questi dati perché vuol dire che si inquina meno il mondo e al contempo si fa funzionare l’industria automobilistica che impiega tutto il resto però un dato come questo dà molto dell’irrazionale. Per dire che cosa? Di allargare lo sguardo, cercare di vedere e considerare, nel concetto di fraternità, non solo l’altro, che è indispensabile, ma, come faceva San Francesco, anche tutti gli aspetti della natura del mondo nel quale noi viviamo e di percepirli come tali. Cioè capire che la nostra relazione non è una relazione solo con gli esseri umani; la nostra relazione è la relazione con il creato.

Dice Fratelli tutti: “Sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo”. Esiste un concetto nell’ebraismo che si chiama techimolam che è esattamente questo, riparare il mondo. Siamo tutti chiamati a riparare il mondo, ognuno nella maniera in cui può. Esistono scambi che sono molto interessanti, in Israele per esempio c’è un accordo di pace con la Giordania basato esattamente su questo, cioè la Giordania, che ha grandi distese di deserto, dà a Israele dell’energia rinnovabile, principalmente energia solare, e Israele desalinizza acqua e la fornisce alla Giordania. Ecco una maniera in cui, ad esempio, ci si può scambiare il pane anziché prendere il pane di un altro.

La seconda immagine riguarda ponti e scale. Il ponte è un’immagine meravigliosa per mettere in contatto due persone. Il generale Figliuolo prima parlava di ponti che possono però restare deserti. All’idea di ponte, io aggiungerei l’idea di una scala. Voi immaginatevi le scale a libretto, quelle che abbiamo nelle case. È nella dimensione verticale, nella dimensione spirituale, che si può trovare il punto per unire e per poter stabilire i rapporti. Ci sono dei metodi per poter fare questo: non mi dilungherò, ma parla la cultura dell’incontro, l’Enciclica, Padre Francesco, che è un gesuita, il concetto di presupponendum e l’incontro con gli altri; pensare sempre che il tuo interlocutore può aver ragione. C’è anche una consapevolezza del senso del limite. La cosa che purtroppo oggi rimane piuttosto difficile da fare, perché la tecnologia ci fa sentire degli dei, considerato quello che possiamo ottenere e raggiungere, anche con un semplice telefono. Il senso del limite è fondamentale non solo nei rapporti interpersonali, ma anche nei rapporti internazionali: l’articolo 11 della Costituzione, che è la mia stella polare, dice che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione della controversie internazionali e consente condizioni di parità con gli altri stati alle limitazioni si sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni.” La limitazione. Quindi essere impegnati è anche questo. Io sono orgoglioso di rappresentare un Paese che nella sua Costituzione riconosce l’importanza del senso del limite. Poi ci sono degli elementi misteriosi in tutto questo, in questa scala. Fratelli tutti parla della forza segreta del bene che si semina. Mi ha molto colpito, rileggendo l’Enciclica, vedere che all’inizio richiama proprio l’incontro di San Francesco con il sultano Malik al Kamil in Egitto, ottocento anni fa. Un incontro folle: si è andato a mettere nelle mani del nemico. Però un incontro ispirato da una forza segreta, una forza misteriosa che io vedo in azione; a questo mi riferisco. C’è un capitolo dell’Enciclica che parla di religioni al servizio della fraternità del mondo; ho messo in contatto Padre Francesco con un’organizzazione in Israele che si chiama Interfaith e che parte da un presupposto molto interessante e totalmente controintuitivo, parla delle 3 religioni che naturalmente sono presenti in Terra Santa. “Visto che noi non ci intendiamo a parlare di politica, riuniamoci e parliamo di religione.” E sta funzionando benissimo perché si riuniscono e ognuno parla e chiede: “qual è la tua definizione di peccato? Quella di preghiera?”. Il riunirsi in questa maniera sta creando dei ponti straordinari che la politica non riesce a trovare. All’inizio ci andavano con un po’ di diffidenza gli uni e gli altri, poi piano, piano ha cominciato ad andarci un po’ più di gente, poi c’è chi ha portato le mogli, chi i bambini, chi ha portato una chitarra; alla fine sono veramente dei germi importantissimi. Per farvi un altro esempio, una cosa che mi ha colpito molto, nel 2020 sono stati conclusi tra Israele e 4 paesi arabi, Bahrain, Emirati Arabi, il Sudan e Marocco, degli accordi di pace che prima non esistevano. Come li hanno chiamati? Gli Accordi di Abramo. Si fa riferimento a un personaggio che è nato circa 3000 anni fa, per definire degli accordi attuali; in genere gli accordi di diplomazia si riferiscono o a chi li ha sottoscritti o al luogo in cui sono stati sottoscritti. Quindi, che cosa significa? C’è una radice comune in tutti questi paesi che richiamano gli Accordi di Abramo, cioè siamo tutti figli di Abramo. In questo vorrei citare allora un altro passaggio dell’Enciclica che trovo preziosissimo in tutto questo. Ve lo cito per esteso: “Un principio indispensabile per costruire l’amicizia sociale è l’unità è superiore al conflitto. Non significa puntare al sincretismo né all’assorbimento di uno nell’altro ma alla risoluzione su un piano superiore”. Questo io intendo per scala, “che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto”. È fondamentale, le polarità in contrasto contengono energia; questa polarità va solo invertita di segno e va mantenuta. Questo è un passaggio meraviglioso dell’Enciclica che potrebbe veramente ispirare molte persone.

L’ulteriore elemento in più è la trascendenza. Se non si riconosce la verità trascendente, allora trionfa la forza del potere. È chiaro che in una situazione nella quale manca l’orizzonte trascendente, l’uomo entra in crisi in tutte le sue relazioni, quelle che ho indicato prima. Qual è la tentazione? Non far nulla perché si può far poco. Questo lo sappiamo tutti, l’abbiamo sentito dire tante volte. E qui richiamo un bel concetto, sempre contenuto nell’Enciclica, quando si parla di architettura e di artigianato della pace. Non tutti siamo nelle condizioni di poter influire nell’architettura della pace, cioè quella che è assicurata dalle istituzioni. Io un po’ ci sono dentro e cerco di fare del mio meglio, ma sicuramente nell’artigianato della pace, sì, ci siamo tutti. Ognuno con quel poco che può fare sapendo, per via di quella misteriosa forza del bene di cui abbiamo parlato prima, che noi non siamo in grado di sapere l’effetto che può avere un’azione buona. Nella mia azione di diplomatico, condivido pienamente la chiusura dell’Enciclica quando parla di cultura del dialogo come via, di collaborazione comune come condotta, conoscenza reciproca come metodo.

La terza immagine, quella che prendo da Isaia 52: “Quanto sono belli sui monti i piedi del Messaggero di buone novelle che annuncia la pace che araldo di notizie liete.” Potremmo passare delle ore a meditare su questa immagine di Isaia. Io vivo in Terra Santa e i monti di cui parla lui, li vedo spesso perché vado due volte a settimana da Tel Aviv a Gerusalemme, quindi queste montagne le vedo. Tra l’altro, una breve parentesi, tutte le volte è un’emozione; vivere in un paese in cui sui cartelli stradali vedi Gerusalemme, Nazareth, Betlemme, Gerico, Giordano, richiama a una geografia spirituale interna a noi. Per cui, girare e vederli segnati anche dopo 2 anni di permanenza lì, continua a farmi lo stesso effetto, quello di essere a casa. Solo qualche breve annotazione su questo: sono monti, è salita, un fardello quello che viene portato dal Messaggero. E poi il suo è movimento, l’andare verso l’altro, non farsi scoraggiare. Un proverbio cinese dice: “Non c’è luce ai piedi del faro.” Andare avanti. Questa immagine molto poetica che io ho del Messaggero di pace, dei suoi bei piedi; io non lo immagino solo lungo questo sentiero ma accompagnato da moltitudini nella stessa direzione, nello stesso sentiero, con probabilmente destinazioni diverse. È una delle ragioni per cui mi fa piacere essere qua oggi perché mi immagino tutti noi presenti impegnati su questo sentiero.

Grazie

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