Fondazione Fratelli tutti

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È possibile costruire una pace senza verità?

  • Meeting 2025
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  • World Meeting on Human Fraternity
  • Negli ultimi mesi, diversi reporter sono stati uccisi mentre documentavano i conflitti in Medio Oriente. Non è solo un fatto di cronaca: è un segnale. Colpire chi racconta significa colpire la possibilità stessa di vedere.

    In questo contesto, il tema della comunicazione torna ad essere centrale. Non come ambito tecnico, ma come spazio decisivo per la costruzione o la distruzione dei legami. Il World Meeting on Human Fraternity lo ha messo a fuoco con chiarezza: in un passaggio storico segnato da divisioni e conflitti, la verità rischia di essere piegata all’interesse o dispersa nel rumore.

    Da questo contesto prende forma l’intervento di Paolo Ruffini.

    Giornalista, già direttore di Rai3 e di Tv2000, Ruffini è dal 2018 Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede: il primo laico a guidarlo. Il suo lavoro si è concentrato sull’integrazione dei media vaticani e su una riflessione continua sul rapporto tra informazione e responsabilità.

    Al Meeting ha proposto una formula precisa: “comunicazione disarmata”. Non una comunicazione neutra, ma sciolta da ciò che la rende violenta – pregiudizi, tifoserie, rigidità ideologiche.

    Il punto critico, ha osservato, è l’ambiente digitale in cui oggi si forma l’opinione pubblica. Gli algoritmi tendono a confermare ciò che già pensiamo, costruendo spazi chiusi in cui le opinioni non si incontrano mai davvero. La conseguenza è una frammentazione della realtà che rende sempre più difficile un terreno comune.

    Per questo Ruffini parla della necessità di “riparare le reti”: formare professionisti capaci di restituire complessità e di tenere insieme verità e responsabilità.

    In gioco non c’è solo la qualità dell’informazione, ma la possibilità stessa di una convivenza.

     

    Estratto dall’intervento di Paolo Ruffini – Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede

    La misura delle parole

    Questo nostro incontro dimostra la centralità dell’informazione nella tessitura di quello che sarà il nostro futuro. Il Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, che ho l’onore di guidare, porta avanti da anni una riflessione sulla necessità di allargare l’orizzonte della nostra attenzione riguardo alla frontiera che i media sono chiamati a presidiare. Può sembrare stonato, in un incontro che ha per tema la comunicazione disarmante e disarmata, parlare di frontiera.

    Eppure, proprio qui è il punto: il confine – nel nostro caso – fra buon giornalismo e cattivo giornalismo, fra la chiacchiera e la analisi, fra la paziente ricerca della verità e la frettolosa diffusione di notizie avariate. Fra un sistema della comunicazione fondato sulla condivisione della verità ed un sistema fondato sulla indifferenza alla verità. Tra il conflitto di opinioni e le campagne di odio, di diffamazione, gli attacchi omicidi. Fra la difesa della propria identità e la negazione di quella degli altri.

    Così – anche a proposito del significato della parola disarmata – vale la pena riflettere sulla radice stessa della parola arma. Per sottrarla a quello che papa Francesco ha definito il paradigma della guerra. Perché la parola “armare” deriva dal latino arma, che di significati ne aveva più di uno, e indicava anche strumenti e attrezzi pacifici.

    La radice proto-indoeuropea ar-, ha una accezione ancora più ampia: significa adattare e anche unire. Abbiamo di queste testimonianze in modi di dire, arrivati sino a noi: armarsi di coraggio, di pazienza, di buona volontà, di intelligenza, di verità.

    Ognuno di essi ci dice – implicitamente – da cosa dobbiamo disarmarci e di cosa dobbiamo armarci.

    Disarmo non è sinonimo di resa. Papa Francesco ha affermato che la comunicazione va disarmata da ogni pregiudizio, rancore, aggressività, fanatismo e odio; liberata dalla droga delle semplificazioni ingannevoli; e dal paradigma della volontà di dominio, di possesso, di manipolazione.

    Papa Leone XIV ha ripreso le sue parole dicendo: «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». Se siamo qui oggi è per contribuire insieme ad una riflessione sulla possibilità reale di questo disarmo nella sempre più asimmetrica competizione che caratterizza il sistema della comunicazione. Algoritmi capaci solo di calcolo, rischiano di divenire i guardiani dei nostri pensieri, imprigionandoci nelle cosiddette “filter bubbles”, prigionieri inconsapevoli di un mondo artificiale modellato dalle nostre preferenze labili di un momento.

    Un mondo senza vera libertà, dove nessuna opinione nasce per essere confrontata e anche cambiata, ma solo per essere confermata, in un gioco di specchi senza fine né principio. Che cerca di cambiare dal di dentro noi stessi, le regole della convivenza civile e della economia.

    I modelli di business dominanti hanno spostato il focus dalla qualità alla velocità, dai contenuti informativi a quelli che attirano attenzione: titoli sensazionalistici, clickbait, scandali. Ma se vero e falso assumono le stesse sembianze, quali principi regolano il business degli algoritmi?

    Quali criteri presiedono alle politiche di indicizzazione e de-indicizzazione dei motori di ricerca capaci di esaltare o cancellare persone e opinioni, storie e culture?

    Gli ultimi Digital News Reports di Reuters ci mostrano che le persone stanno spostando la loro attenzione verso ciò che ritengono la meriti. E che siccome le notizie non sono più affidabili cercano piuttosto contenuti educativi, ispiranti che risveglino la speranza.

    Qui è la sfida. Resistere alla corrosione, alla corruzione, della comunicazione. Restituire fondamento alle notizie e prospettive di speranza a ogni narrazione. Per questo mi auguro che a questo incontro altri ne seguiranno. Il Dicastero per la Comunicazione è fortemente impegnato a portare avanti e animare nelle sedi opportune un confronto libero, alto, serio, concreto, non episodico, su tutto questo.