Kailash Satyarthi, attivista indiano e Premio Nobel per la Pace nel 2014, è una delle voci internazionali più autorevoli nella difesa dei diritti dell’infanzia. Da decenni combatte contro il lavoro minorile, la schiavitù e ogni forma di sfruttamento dei bambini, facendo della loro libertà e della loro dignità il centro di un impegno civile che ha attraversato confini, religioni e culture. La sua esperienza nasce soprattutto dall’incontro diretto con le vittime: bambini privati della scuola, costretti a lavorare, segnati dalla guerra o dalla povertà, ma ancora capaci di immaginare un futuro diverso.
Nel suo intervento al World Meeting on Human Fraternity, Satyarthi riconduce proprio a questa capacità di sognare il significato più profondo della fraternità. Le storie della bambina pakistana che cuce palloni e sogna soltanto di poter giocare a calcio, o del piccolo profugo siriano che vuole diventare ingegnere per tornare a ricostruire la propria casa e il proprio Paese, mostrano come la speranza possa sopravvivere anche dentro le condizioni più drammatiche. Ma mostrano soprattutto che la fraternità non può rimanere una parola astratta: comincia quando la sofferenza dell’altro viene riconosciuta come qualcosa che ci riguarda.
Per Satyarthi, infatti, tutti i bambini sono “nostri figli”, al di là delle appartenenze nazionali, politiche o religiose. È da questa consapevolezza che nasce il suo appello a “globalizzare la compassione”. Non una compassione intesa come pietà o benevolenza, ma come forza capace di spingerci ad agire. Nel contesto del Meeting, il suo messaggio diventa così un invito a trasformare la fraternità in responsabilità concreta: nelle istituzioni, nella politica, nella società civile, nelle religioni e nella vita quotidiana. Perché essere fratelli significa, prima di tutto, non considerare mai estraneo il dolore dell’altro.
Estratto dell’intervento di Kailash Satyarthi – Attivista indiano e Premio Nobel per la Pace
Un sogno è luce. Un sogno è la forza nelle tue gambe. Un sogno è il percorso. Un sogno è la pietra miliare e un sogno è l’obiettivo finale che raggiungi.
Una volta stavo viaggiando in Pakistan, cosa non facile per un indiano. Ma io non ho mai creduto nei confini. L’umanità è una sola. I bambini pakistani sono i miei bambini. I bambini indiani sono i miei bambini. Mentre ero seduto lì con un gruppo di bambini, ho notato una ragazza. Lei cuciva palloni da calcio. Spesso le gocce di sangue le colavano dalle dita e lei le succhiava e poi riprendeva a lavorare, perché non poteva sporcare i palloni con il suo sangue.
Le ho chiesto: “Figlia mia, se fossi libera, quali sogni avresti?” Lei ha risposto: “Cos’è un sogno?” Le ho chiesto di nuovo: “Se improvvisamente accadesse un miracolo e ti chiedessero cosa vorresti diventare?” Dopo una pausa, ha risposto: “Vorrei giocare a calcio un giorno”.
Condividerò un altro episodio. Stavo visitando e lavorando con alcune organizzazioni locali in Germania, in un campo profughi siriano, insieme a mia moglie. Ho visto un bambino su una sedia a rotelle, di 10 o 11 anni, con uno sguardo molto intenso. Sapevo che aveva perso entrambe le gambe e suo padre in un attentato dinamitardo, e che sua madre si era persa da qualche parte lungo la strada. Gli ho chiesto: “Figliolo, cosa vuoi fare nella vita una volta terminati gli studi qui in Germania?” Senza nemmeno riflettere mezzo minuto, mi ha risposto spontaneamente: “Voglio tornare nel mio villaggio in Siria e diventare ingegnere, così potrò ricostruire la mia casa e il mio Paese”. Questo era il suo sogno.
Ci sono milioni di storie simili che possono ispirarci. Sono la prova che i nostri sogni possono portarci lontano dalla disperazione, dalla mancanza di speranza e dalla sofferenza verso un futuro di speranza e felicità.
Io rappresento il suono del silenzio. Rappresento i volti dell’invisibilità. Rappresento il grido dell’innocenza. Seduti qui al sicuro e comodi, dobbiamo ascoltare quelle bombe, quei proiettili e quei droni che stanno uccidendo bambini innocenti a Gaza. Tutti i bambini israeliani sono nostri figli. Tutti i bambini palestinesi sono nostri figli. Tutti i bambini sudanesi sono nostri figli; tutti i bambini del mondo sono nostri figli. Questo sentimento nascerà quando sentiremo e agiremo per porre fine alle sofferenze di quei bambini come se fossero le nostre. Quindi la compassione è la risposta.
La compassione non è gentilezza, misericordia, pietà, carità o benevolenza. Queste sono grandi qualità umane. Ma la compassione è una forza, non solo un sentimento. La compassione è la forza che nasce dal sentire la sofferenza degli altri come propria, che spinge ad agire consapevolmente per porre fine a quella sofferenza.
Continuare come se nulla fosse non funzionerà. Ho fatto parte di numerosi gruppi di alto livello, tra cui gli SDG Advocates delle Nazioni Unite, nominati dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. E ripeto la stessa cosa: continuare come se nulla fosse non funzionerà perché non sta funzionando.
Cari amici, dobbiamo accendere e globalizzare la compassione.
Dobbiamo costruire una leadership compassionevole nel nostro contesto, tra i giovani, negli ospedali, nella magistratura, nella polizia, nelle organizzazioni della società civile, nei governi, nelle agenzie intergovernative, nel mondo accademico e nelle istituzioni religiose.
Dovremmo provare la sensazione che i miei figli stiano per essere uccisi e che io debba salvarli immediatamente. In questo luogo sacro, alla presenza di Sua Eminenza il Cardinale Mauro Gambetti e di Sua Santità Papa Leone XIV, qui vicino. Se non iniziamo da qui, da dove inizieremo?
Non sono un predicatore, né un politico, né un professore. Sono uno di voi. Quindi vi chiedo di globalizzare la compassione. Se non lo fate voi, chi lo farà? Se non lo facciamo ora, quando lo faremo? E se non partiamo da qui, da dove partiremo?