Dalla memoria di Auschwitz all’impegno civile, la senatrice indica nel rispetto delle idee e nell’ascolto dell’altro il passo più grande verso una società più umana, in sintonia con l’appello universale alla fraternità di Papa Francesco.
Da nonna è diventata bisnonna un anno fa. E dopo tre nipoti maschi finalmente è arrivata una bambina. «Si chiama Olivia e di secondo nome Liliana come me. La vedo nei filmati, le parlo in videochiamata perché vive a Chicago. È curiosa, si guarda intorno, è sveglia. Una giovanissima donna del futuro, mi sembra che abbia il carattere per affrontarlo». La voce di Liliana Segre, 95 anni, è forte, squillante e a tratti allegra: «È un po’ una fregatura, perché quando mi sentono tutti dicono “stai benissimo”. Ma nonostante la voce sono una vecchietta». In questa intervista esclusiva per Piazza San Pietro la senatrice a vita, sopravvissuta ad Auschwitz, testimone dell’Olocausto, racconta le conquiste delle donne nel suo secolo di vita. I progressi, i ritardi e gli inciampi sulla strada della parità. Lo fa nel mese, marzo, in cui si festeggia nel mondo la Giornata della Donna, partendo da un’immagine dei lager, della Shoah, tra le tragedie più grandi della storia.
Nella sua testimonianza sui campi di concentramento non manca mai di sottolineare la specificità della donna. Perché?
«C’è il passato e cominciamo da lì. Ero una ragazzina e ho visto queste due facce: le donne prigioniere e le donne che avevano il potere assoluto su di loro. Intendo non il potere di dire “ti licenzio” o “firma un contratto in bianco”, ma quello di emettere una sentenza, “domani sarai morta”. Ricordo il mio sbalordimento non per le prigioniere ma per quelle che decidevano su di loro. Era diverso affrontare il campo da uomo o da donna. Ottanta anni fa eravamo il sesso debole, considerate più fragili, più vulnerabili. Ma chi aveva il potere di mandarle a morire erano donne come loro».
E oggi?
«Come è stato difficile per le donne uscire dalla cucina. Ma non potevano non riuscirci, non potevano essere relegate a fare i lavori casa. Piano piano è emersa la forza femminile, il suo spirito, la sua indipendenza».
Purtroppo non in tutto il mondo.
«Ha ragione, certo che no. Ma in Europa dove siamo noi, sì. Le donne hanno il loro spazio nella politica, nella scienza, nelle professioni. Ho lavorato per 35 anni nella mia piccola ditta. Ero moglie, madre, nonna, ma non dovuto rinunciare a niente per amore».
La forza della bambina ad Auschwitz e quella di resistere oggi alle polemiche, alle minacce, agli attacchi. C’entra l’essere donna?
«Parlo per me. Ho deciso dalla mia gioventù, da quando ho avuto l’occasione di avere un pensiero maturo di essere una donna di pace. Non volevo vendicarmi, non volevo approfittare della mia condizione di sopravvissuta. Una volta entrata in quest’ottica ho preso anche altre decisioni. Di amare un uomo solo, di farlo da donna contenta di scegliere così. E poi di essere madre. Questa è la mia vita. In generale penso che le persone di sesso femminile abbiano una sensibilità straordinaria, un’acutezza diversa e quando vedo una donna di potere che lo esercita nel modo giusto sono felice che capiti a lei di dimostrare queste qualità, mi rende orgogliosa. Poi soffro lo stesso. Sono una vecchietta ma non sono rincretinita. Soffro anche in questa parte della mia esistenza. Per l’antisemitismo che sta raggiungendo un livello altissimo, soffro perché ho la scorta e penso che sta succedendo proprio a me, mica a un altro di cui vengo a sapere dai giornali».
Nelle scuole dove lei raccontava la sua storia erano più attenti i maschi o le femmine?
«Non capisco questa curiosità e non mi piace. Penso fossero tutti attenti, forse le ragazze potevano immedesimarsi di più ma in minima parte fortunatamente. Le risposte già le conoscevo, a me interessavano le domande di quei ragazzi e ce n’erano tante. Però non ho mai accompagnato nessuno nei viaggi della memoria. Conoscenti, amici, parenti, scolaresche: nessuno. Non sono mai voluta tornare. Altri lo fanno, io no. Mi sembra di ricordare che Berlusconi una volta andò. In quei posti così spaventosi, indossava una pelliccia. Mah. Ogni tanto guardo delle immagini. Sono invecchiati anche quei luoghi, è cambiato il loro aspetto. Quando ho visto degli studenti leccare il gelato – era estate – davanti ai fili spinati ho capito che avevo fatto bene a non tornare. Peraltro erano dei coni bellissimi, tutti colorati».
Ha cominciato tardi a raccontare la sua esperienza …
«45 anni di silenzio. Per lungo tempo non ho voluto neanche leggere dell’Olocausto, vedere film. E io adoro il cinema, ancora oggi. Poi ho letto qualcosa, ho visto delle ricostruzioni. Ma non tutto, sa.»
Quali progressi della condizione femminile ha misurato nella sua lunga vita?
«Sono nata in un’epoca in cui le donne non si facevano neanche delle domande, figuriamoci avere delle risposte. Poi sono arrivate le prime e le seconde. Dopo la guerra il voto. E l’accesso a livelli molto alti di responsabilità. Ma penso che ci sia una conquista che riguarda tutti, uomini e donne e ha aiutato ovviamente soprattutto noi: la possibilità di avere rispetto, attenzione, di dare voce a chiunque anche se non se condivide il pensiero. È la liberta di pensiero il passo più grande che abbiamo fatto insieme».
Quale donna del nostro tempo può essere fonte di ispirazione per una ragazza?
«Una giovane donna oggi può aspirare a qualsiasi posizione. Conosco personalmente Ursula Von Der Leyen e Roberta Metsola. Possono fare degli errori ma reggono l’urto di un periodo mai così incerto e difficile. Posso fare il nome però di una persona che conosco meglio, è la mia compagna di banco in Senato: Elena Cattaneo. Combatte con tutte le sue forze contro le case farmaceutiche. Lotta da anni perché siano accessibili a tutti le cure per il morbo di Huntington, una malattia degenerativa molto rara per la quali i grandi gruppi fanno molto poco, quasi niente. È un grande esempio di donna».
Intervista di Goffredo de Marchis pubblicata nel numero di marzo del mensile “Piazza San Pietro”