Nel 2021, Maria Ressa, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per la difesa della libertà di espressione. Ma il suo lavoro, nelle Filippine, le è costato processi, minacce e anni di pressione giudiziaria.
Fondatrice di Rappler, una delle principali piattaforme di informazione indipendente del Sud-Est asiatico, Ressa ha documentato il funzionamento delle campagne di disinformazione online, mostrando come i social media possano essere usati per manipolare il consenso e riscrivere la realtà.
Al World Meeting on Human Fraternity ha usato un’espressione netta: “Armageddon dell’informazione”.
Secondo la sua analisi, il problema non è solo la diffusione di notizie false, ma un sistema economico e tecnologico che premia la polarizzazione. L’attenzione diventa profitto, e il conflitto diventa un prodotto.
Il risultato è che la verità non scompare: viene progressivamente indebolita, resa irrilevante.
La sua proposta parte da qui. Ricostruire un ecosistema informativo fondato su tre elementi: collaborazione tra media, ritorno alla missione di servizio pubblico e sviluppo di tecnologie che restituiscano agli utenti il controllo sui propri dati.
Il World Meeting on Human Fraternity ha mostrato quanto questa analisi non sia isolata: la crisi dell’informazione è uno dei luoghi in cui si gioca oggi la qualità della vita democratica e la possibilità stessa di riconoscersi come comunità.
Estratto dall’intervento di Maria Ressa – Premio Nobel per la Pace
La battaglia più grande che affrontiamo oggi è quella contro l’impunità, perché essa porta alla disumanizzazione.
Viviamo in un mondo fisico attraversato da guerre, e in un mondo virtuale in cui le nostre menti e le nostre emozioni vengono manipolate in modo subdolo dal capitalismo della sorveglianza.
Tutto questo ha generato violenza, e la violenza online è violenza reale, su scala globale.
Lo scorso anno, 274 giornalisti sono stati uccisi.
Stiamo affrontando tre battaglie cruciali: la battaglia per la verità, la battaglia per l’autonomia umana, e la battaglia per il nostro futuro.
La prima è la battaglia per la verità.
Quando i deepfake possono distruggere reputazioni, quando il micro-targeting e le operazioni di disinformazione possono manipolare le elezioni, quando le menzogne viaggiano più veloci dei fatti, dobbiamo agire. La responsabilità delle piattaforme non è censura: è sicurezza. È il ripristino del sistema immunitario della democrazia.
La seconda è la battaglia per l’agency umana.
Algoritmi che amplificano i nostri impulsi peggiori, che premiano l’indignazione invece dell’empatia, che ci rinchiudono nelle bolle dei nostri pregiudizi, non sono inevitabili. Sono scelte. Possiamo scegliere valori diversi. Possiamo progettare a partire dalla dignità umana.
La terza è la battaglia per il futuro che vogliamo.
L’intelligenza artificiale accrescerà il potenziale umano o sostituirà il giudizio umano?
Internet servirà l’umanità o sarà l’umanità a servire internet?
Non possiamo affrontare queste sfide da soli: redazione per redazione, nazione per nazione. Internet e disinformazione non conoscono confini. Neppure la nostra risposta può conoscerli. Per questo dobbiamo ripensare radicalmente che cosa significhi collaborazione. Ho visto che cosa accade quando falliamo. Ho visto morire la democrazia in tempo reale, una menzogna virale dopo l’altra. Nelle Filippine, l’amministrazione Duterte ha intentato contro di me undici procedimenti penali in quattordici mesi. A distanza di quasi dieci anni, non posso ancora viaggiare liberamente: ho avuto bisogno dell’autorizzazione della Corte Suprema per essere qui oggi.
Ma ho visto anche ciò che è possibile quando agiamo con coraggio e convinzione.
Esistono tre strade per ristabilire l’integrità dell’informazione e ricostruire la fiducia.
La prima: il giornalismo.
Dobbiamo tornare alla nostra missione fondamentale: servire l’interesse pubblico. Oggi questo richiede un coraggio straordinario: offrire contesto quando gli algoritmi premiano la polemica, scegliere la verifica invece della viralità. Dobbiamo smettere di alimentare le piattaforme che ci stanno distruggendo e costruire le nostre comunità di fiducia.
La seconda: la comunità.
In Rappler abbiamo imparato che la sopravvivenza dipende da comunità di azione.
Quando Duterte ci ha attaccati, la nostra comunità ha finanziato la nostra difesa. Quando gli algoritmi hanno cercato di silenziarci, la nostra comunità ha amplificato la verità. Dobbiamo costruire reti di organizzazioni giornalistiche affidabili, sistemi federati che colleghino persone reali in una realtà condivisa.
La terza: la tecnologia.
Abbiamo sviluppato tecnologie di interesse pubblico: un’app di chat open source e decentralizzata, basata su Matrix, che consente alle persone reali di comunicare senza manipolazione algoritmica. Questo deve essere il futuro dell’informazione: una tecnologia al servizio della connessione umana. Possiamo scegliere valori diversi. Possiamo progettare a partire dalla dignità umana. Vi esorto a riflettere sul significato della collaborazione radicale in questi tempi e a unirvi a noi.
Papa Leone — e prima di lui Papa Francesco — ci hanno chiesto di essere umani.
È per questo che siamo diventati giornalisti: per aiutare le persone a comprendere il mondo e gli uni gli altri… oggi, per ricostruire ciò che la tecnologia ha sistematicamente distrutto.
Sappiamo che cosa significa “distruzione creativa”: siamo in piedi sulle macerie del mondo che è stato. Ora è tempo, per tutti noi qui presenti, di creare il mondo che vogliamo.
Il futuro non è scritto nel codice. È scritto dalle scelte che compiamo tutti noi, insieme.
Prima che sia troppo tardi.