In alcune aree di guerra, essere giornalisti significa essere esposti. Non per caso, ma per scelta.
Dima Khatib, amministratrice delegata di AJ+, ha portato al World Meeting on Human Fraternity una testimonianza diretta. La sua rete è da anni uno dei principali punti di riferimento dell’informazione nel mondo arabo e ha spesso operato in contesti ad altissimo rischio.
Durante il Meeting ha letto il testamento di Anas Sharif, giornalista ucciso a Gaza. Un gesto che ha spostato il discorso dal piano dell’analisi a quello della responsabilità. Uno dei momenti più toccanti e sentiti dell’intera manifestazione.
Il punto è semplice: uccidere un giornalista non è un effetto collaterale, ma un modo per eliminare testimoni.
La denuncia ha riguardato anche il silenzio internazionale che accompagna tuttora questi episodi. Quando la morte di chi racconta non produce reazione, si apre uno spazio in cui la violenza può agire senza controllo.
In questo senso, la questione dell’informazione torna ad essere profondamente legata a quella della fraternità. Perché riconoscere l’altro come fratello significa anche riconoscere il diritto alla sua voce, alla sua storia, alla sua verità.
Estratto dall’intervento di Dima Khatib – Amministratore delegato di AJ+
Sono una giornalista palestinese, e oggi sono una giornalista molto arrabbiata.
Perché la fraternità è spezzata. Da quasi due anni, il popolo palestinese affronta un genocidio da parte di Israele. Le loro storie, le loro vite, vengono cancellate e spesso distorte da gran parte dei media mainstream. I giornalisti palestinesi vengono braccati. Duecentoquarantanove sono già stati uccisi, un record assoluto nella storia del giornalismo. Dieci di loro erano giornalisti di Al Jazeera, uccisi per eliminare la verità che stavano raccontando.
Questi sono i loro volti e chi è ancora vivo sopravvive tra fame, distruzione e paura.
Quello che accade nello Stato di Palestina non è un incidente di guerra: è un’azione deliberata, sotto gli occhi del mondo intero, in diretta sui nostri telefoni. Durante la nostra tavola rotonda, due parole sono risuonate più volte: verità e dignità. Abbiamo parlato anche di verifica e fact-checking. Eppure, molti scelgono quando rispettare questi valori e quando ignorarli. Quando Israele definisce i giornalisti palestinesi “terroristi”, molti non verificano, non controllano i fatti, non difendono la dignità di quei giornalisti. Così finiscono per ripetere la propaganda che giustifica il genocidio, usando il linguaggio della neutralità e della presunta oggettività. Ma il silenzio, la complicità e la disumanizzazione sono gli anelli della catena dell’uccisione. Eppure, l’umanità non è scomparsa. La storia ci insegna che la convivenza è possibile, come accadde in Al-Andalus, dove una sola cultura abbracciava tre religioni: Cristianesimo, Ebraismo e Islam. Quella convivenza si fondava su tre pilastri: pace, conoscenza e amore.
E sì, l’amore è essenziale. Perché l’odio è ciò che genera la disumanizzazione, l’odio è la radice del razzismo, della divisione, della disinformazione. Sui social media vediamo i giornalisti palestinesi raccontare le proprie storie. Affrontano la disumanizzazione con dignità. E le persone amplificano la loro voce, si mobilitano, agiscono. Questa è fraternità, solidarietà e speranza.
Fare giornalismo con un volto umano significa proteggere l’umanità, non distruggerla. Significa servire il pubblico, non il potere. Significa stare con la verità, non con la propaganda.
Sant’Agostino disse: «Viviamo bene, e i tempi saranno buoni».
Perché noi siamo i tempi. Noi plasmiamo come l’umanità verrà ricordata. Siamo parte dell’orizzonte morale della nostra epoca. Eppure, oggi Gaza… chi sarà la prossima? Se permettiamo che questo massacro passi nell’impunità totale, ci sarà un’altra Gaza.
Solo questa settimana, 26 giornalisti sono stati massacrati. Avete sentito la notizia? Ne dubito.
Perché abbiamo normalizzato l’uccisione dei giornalisti e quando ne muoiono ventisei in un colpo solo, non fa più notizia. Ma l’umanità ha bisogno dei giornalisti. E i giornalisti hanno bisogno di solidarietà — dai colleghi, dalle istituzioni, da ciascuno di noi — per restare vivi e continuare a raccontare, senza distinzione di etnia, colore, nome, religione o origine. Devono essere protetti come esseri umani dignitosi, non ricordati solo in lettere scritte dopo la loro morte.
Perché l’umanità ha fallito. Il tempo è finito, non solo per me, ma per tutti noi. Il tempo è finito per l’umanità.
Sono una madre arrabbiata. Una palestinese arrabbiata. Una giornalista arrabbiata.
Quando vedo colleghe giornaliste, madri, palestinesi – uccise insieme ai loro figli – non posso restare in silenzio. Voglio leggervi alcune righe scritte da Maryam Abu Dagga, giornalista di Al Jazeera uccisa in un bombardamento mirato a Gaza. Le scrisse a suo figlio Reet, il cui nome significa pioggia:
“Voglio che tu preghi per me.
Non voglio che tu pianga per me, questo mi renderà felice.
Voglio che tu mi renda orgogliosa, che tu studi,
che tu sia forte e diventi un uomo completo.
Voglio che non mi dimentichi, figlio mio.
Ho fatto tutto perché tu fossi felice e al sicuro.
Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia,
chiamala con il mio nome, Maryam.
Sei il mio amore e il mio cuore, il mio sostegno e la mia anima.
Mi riempi d’orgoglio,
e sapere che sei un uomo buono mi riempie di gioia.
Ti chiedo di pregare,
pregare e non smettere mai di pregare, figlio mio”.