Tra le voci più significative del World Meeting on Human Fraternity, quella di Najwa Shihab ha richiamato la responsabilità umana dell’informazione. Giornalista indonesiana tra le più autorevoli del panorama asiatico, ha posto al centro del suo intervento la dignità delle persone. Partendo dall’esperienza vissuta durante lo tsunami di Aceh del 2004, ha ricordato che il giornalismo non è soltanto notizia. È anche capacità di ascoltare, custodire le storie più fragili e «tenersi per mano nell’oscurità». Una missione resa più difficile dalla disinformazione, dai deepfake e dalle divisioni alimentate dalle piattaforme digitali. La tecnologia, ha sottolineato, non è però la nostra padrona: tutto dipende dall’uso che scegliamo di farne: anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’umanità deve restare al centro. Nessuna macchina può ascoltare con compassione, riconoscere la dignità dell’altro o scegliere l’amore invece dell’indifferenza. Ricordando i giornalisti uccisi a Gaza e in Palestina, Shihab ha ribadito che le parole possono ferire, ma anche difendere la verità. Nel cuore del World Meeting, ha così indicato nel giornalismo un autentico strumento di fraternità.
Estratto dell’intervento di Najwa Shihab – Giornalista e fondatrice di Narasi Tv
L’Indonesia, la terza democrazia più grande del mondo e il Paese a maggioranza musulmana più popoloso, ospita 270 milioni di persone, la cui capacità di essere unite nella diversità è straordinaria. È un Paese nel quale il giornalismo non è qualcosa di astratto, ma uno strumento essenziale per mantenere un equilibrio tra le differenze e il dialogo.
Nel 2004 ero ancora una giovane giornalista e mi trovai nel mezzo della devastazione provocata dallo tsunami di Aceh, che causò centinaia di migliaia di vittime. Vedevo ovunque perdita e distruzione. Eppure, dentro quel dolore, vidi anche piccoli gesti di coraggio: sopravvissuti che ritrovavano la speranza in storie fragili, condivise attraverso trasmissioni improvvisate e raccontate con delicatezza da una persona all’altra. In quel momento, il giornalismo smise di essere soltanto una questione di titoli e divenne un modo per tenersi per mano nell’oscurità. Per due decenni ho ascoltato storie: alcune sussurrate nella paura, altre gridate durante le proteste, tutte animate dal desiderio di essere riconosciute e rispettate. Queste voci mi ricordano che il giornalismo non riguarda soltanto i fatti: riguarda le persone.
Oggi, tuttavia, questo compito è più difficile che mai. Le piattaforme digitali amplificano la rabbia, diffondono menzogne e traggono profitto dalle divisioni. Le teorie del complotto avvelenano le famiglie, la disinformazione corrompe le elezioni e i discorsi d’odio incendiano le comunità, mentre i deepfake confondono i confini della realtà e, lentamente, distruggono la nostra fiducia.
Eppure ho visto anche il contrario. In Indonesia, i giovani verificano in tempo reale le dichiarazioni dei politici e scendono in strada per chiedere trasparenza e responsabilità. Le comunità organizzano gli aiuti più rapidamente dei governi. Gli attivisti per il clima si collegano oltre i confini con una velocità che nessuno Stato è in grado di eguagliare. In Indonesia e in tutto il mondo, i cittadini stanno riconquistando il proprio potere, usando la loro voce non per dividere, ma per unire.
Credo che questa sia la lezione fondamentale: la tecnologia non è la nostra padrona. Ciò che conta è il modo in cui scegliamo di usare le parole: non per dividere, ma per guarire; non per ferire, ma per riparare; non per infiammare, ma per avvicinarci. Dobbiamo proteggere i media indipendenti dal controllo politico e commerciale e promuovere l’alfabetizzazione mediatica, affinché i cittadini possano resistere alla disinformazione. Dobbiamo portare le voci marginalizzate accanto a quelle dei leader, tutelare la sicurezza e la libertà dei giornalisti e costruire nuove alleanze con il mondo della tecnologia e con la società civile, affinché gli spazi che un tempo ci dividevano possano cominciare a servire la nostra comune umanità. Queste non sono speranze idealistiche. Sono necessità urgenti per democrazie sottoposte a forti pressioni e per comunità lacerate dalla sfiducia. E dobbiamo ricordare continuamente coloro che oggi sopportano questo peso nel modo più doloroso.
A Gaza e in tutta la Palestina, i giornalisti non sono più soltanto testimoni: sono diventati bersagli. Cadono non con le armi, ma con le telecamere e i taccuini tra le mani. Il loro coraggio ci ricorda perché siamo qui. Le parole possono essere muri e scudi, ma possono essere anche ponti verso la verità. Possono distruggere, ma possono anche difendere la dignità e l’umanità. Onorarli significa onorare il principio che si trova al cuore di questo incontro.
Come ci ricorda Papa Leone XIV: «Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani. Prima di essere qualsiasi altra cosa, siamo chiamati a essere umani». Dobbiamo ricordare al mondo che anche il giornalismo può essere un atto d’amore. Non esiste potere più grande della fraternità.