Meeting 2025 Archivi - Fondazione Fratelli tutti https://www.fondazionefratellitutti.org/categories/meeting-2025/ Wed, 08 Jul 2026 09:56:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.0.5 https://www.fondazionefratellitutti.org/wp-content/uploads/2022/07/cropped-Favicon-48x48-1-32x32.jpg Meeting 2025 Archivi - Fondazione Fratelli tutti https://www.fondazionefratellitutti.org/categories/meeting-2025/ 32 32 Chi è responsabile della verità? https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/chi-e-responsabile-della-verita/ Wed, 08 Jul 2026 09:56:03 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41129 Direttore di The Times, uno dei quotidiani più influenti del Regno Unito, Tony Gallagher ha attraversato negli ultimi anni una delle trasformazioni più radicali della storia dell’informazione. Dalla stampa tradizionale all’ecosistema dominato dalle piattaforme digitali, il cambiamento non è stato solo tecnologico, ma strutturale. Al World...

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Direttore di The Times, uno dei quotidiani più influenti del Regno Unito, Tony Gallagher ha attraversato negli ultimi anni una delle trasformazioni più radicali della storia dell’informazione.

Dalla stampa tradizionale all’ecosistema dominato dalle piattaforme digitali, il cambiamento non è stato solo tecnologico, ma strutturale.

Al World Meeting on Human Fraternity ha proposto un parallelo storico: l’impatto dell’intelligenza artificiale oggi è paragonabile a quello della stampa ai tempi di Aldo Manuzio. Una rivoluzione che ridefinisce accesso, produzione e diffusione del sapere.

Ma c’è una differenza decisiva. Mentre l’editoria tradizionale ha sempre avuto responsabilità chiare, oggi gran parte dell’informazione circola su piattaforme che non si riconoscono come editori.

La questione diventa allora inevitabile: chi è responsabile della verità?

Gallagher ha criticato apertamente i grandi attori del digitale per la loro riluttanza ad assumere questo ruolo. Senza una responsabilità condivisa, il rischio è che l’informazione venga governata solo da logiche di traffico e visibilità.

Il lavoro del World Meeting on Human Fraternity indica una direzione diversa: rimettere al centro la qualità, la responsabilità e la dignità della persona come criterio anche per l’informazione.

 

Estratto dall’intervento di Tony Gallagher – Direttore di The Times

Aldo Manuzio rese i grandi testi dell’antichità ampiamente accessibili in tutta Europa, contribuendo così a plasmare la cultura intellettuale del Rinascimento.

Oggi ci troviamo nelle fasi iniziali di un’altra rivoluzione della comunicazione, scatenata da potenti nuove tecnologie che si collocano all’intersezione tra intelligenza artificiale, social media e Internet. I primi segnali indicano che l’impatto sulla società potrebbe essere altrettanto significativo quanto quello del Rinascimento – ma lo sono anche i rischi.

Se da un lato le parole possono disarmare, creando un terreno comune di conoscenza, dall’altro possono essere trasformate in armi attraverso la diffusione di notizie false progettate per destabilizzare la società.

La tecnologia della stampa fu, a suo tempo, anche un vantaggio per i creatori di fake news: si pensi ai livellatori inglesi del XVII secolo, polemisti radicali che diffondevano affermazioni non verificate per minare la legittimità del Parlamento, oppure ai libellisti francesi del XVIII secolo, autori clandestini di fogli scandalistici che diffondevano false accuse – come quelle sulla presunta immoralità di Maria Antonietta.

Con il tempo, però, alla diffusione della stampa seguì una regolamentazione: furono introdotte norme per limitare gli eccessi, come le leggi contro la diffamazione. Dopo la Seconda guerra mondiale, furono proprio le testate che fondavano la propria reputazione sulla veridicità delle informazioni a dominare il panorama mediatico.

Nel Regno Unito, il The Times è spesso definito il “giornale di riferimento”. Il nostro team di redattori e legali lavora ogni giorno con grande attenzione per essere all’altezza di questa definizione, verificando l’accuratezza di ogni notizia pubblicata.

Annunciando l’abbandono del fact-checking, il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha parlato di un punto di svolta culturale favorevole a una maggiore libertà di espressione. Ma ha anche ammesso che questa decisione avrebbe comportato “più contenuti negativi” su tutta la piattaforma.

“Più contenuti negativi” non è ciò di cui abbiamo bisogno.

Le teorie del complotto e le fake news prosperano in ambienti privi di limiti a quella che chiamiamo libertà di parola.

Le parole che disarmano sono invece parole fondate sui fatti.

Quando una società riesce a concordare su fatti fondamentali, aumentano le possibilità di avere una direzione comune e, con essa, la pace. Ma quando i fatti vengono messi in discussione da polemisti professionisti, politici o persone che hanno qualcosa da nascondere, il risultato è la frammentazione sociale: l’esatto contrario del disarmo.

L’intelligenza artificiale aggiunge una nuova dimensione a questa rivoluzione dell’informazione. L’IA generativa è ancora agli inizi, ma è già evidente che, nonostante i miliardi di dollari investiti in sistemi come ChatGPT e Gemini, presenta ancora gravi limiti nella verifica dei fatti.

Anzi, ricerche recenti mostrano che i casi di “allucinazioni” – cioè informazioni inventate – sono aumentati con il crescere della potenza dei modelli.

Naturalmente, questa nuova rivoluzione dell’informazione – come quella della stampa ai tempi di Manuzio – ha il potenziale di aprire un’epoca di straordinarie opportunità, portando cambiamenti in quasi tutti i settori.

Dobbiamo accogliere il cambiamento e coglierne le possibilità, ma anche imparare dalla storia.

Ciò significa chiedere conto alle nuove “superpotenze” dell’informazione – i giganti dei social media e dell’intelligenza artificiale – e imporre loro regole che vadano a beneficio dell’intera società, non solo di una ristretta élite di azionisti.

Abbiamo bisogno che figure come Mark Zuckerberg, Elon Musk e il fondatore di TikTok, Zhang Yiming, abbraccino la visione di Papa Francesco: un mondo in cui le parole contano e le società prosperano grazie alla riflessione, alla calma e alla consapevolezza della complessità.

Sospetto che, nei decenni a venire, i lettori si affideranno più che mai a testate giornalistiche come The Times – e molte altre presenti in questa sala – fondate sul lavoro di esseri umani, non di bot, e animate da un profondo impegno nel raccontare la verità al mondo.

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Raccontare sotto attacco https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/raccontare-sotto-attacco/ Tue, 30 Jun 2026 08:01:10 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41101 In alcune aree di guerra, essere giornalisti significa essere esposti. Non per caso, ma per scelta. Dima Khatib, amministratrice delegata di AJ+, ha portato al World Meeting on Human Fraternity una testimonianza diretta. La sua rete è da anni uno dei principali punti di riferimento...

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In alcune aree di guerra, essere giornalisti significa essere esposti. Non per caso, ma per scelta.

Dima Khatib, amministratrice delegata di AJ+, ha portato al World Meeting on Human Fraternity una testimonianza diretta. La sua rete è da anni uno dei principali punti di riferimento dell’informazione nel mondo arabo e ha spesso operato in contesti ad altissimo rischio.

Durante il Meeting ha letto il testamento di Anas Sharif, giornalista ucciso a Gaza. Un gesto che ha spostato il discorso dal piano dell’analisi a quello della responsabilità. Uno dei momenti più toccanti e sentiti dell’intera manifestazione.

Il punto è semplice: uccidere un giornalista non è un effetto collaterale, ma un modo per eliminare testimoni.

La denuncia ha riguardato anche il silenzio internazionale che accompagna tuttora questi episodi. Quando la morte di chi racconta non produce reazione, si apre uno spazio in cui la violenza può agire senza controllo.

In questo senso, la questione dell’informazione torna ad essere profondamente legata a quella della fraternità. Perché riconoscere l’altro come fratello significa anche riconoscere il diritto alla sua voce, alla sua storia, alla sua verità.

 

Estratto dall’intervento di Dima Khatib – Amministratore delegato di AJ+

Sono una giornalista palestinese, e oggi sono una giornalista molto arrabbiata.

Perché la fraternità è spezzata. Da quasi due anni, il popolo palestinese affronta un genocidio da parte di Israele. Le loro storie, le loro vite, vengono cancellate e spesso distorte da gran parte dei media mainstream. I giornalisti palestinesi vengono braccati. Duecentoquarantanove sono già stati uccisi, un record assoluto nella storia del giornalismo. Dieci di loro erano giornalisti di Al Jazeera, uccisi per eliminare la verità che stavano raccontando.

Questi sono i loro volti e chi è ancora vivo sopravvive tra fame, distruzione e paura.

Quello che accade nello Stato di Palestina non è un incidente di guerra: è un’azione deliberata, sotto gli occhi del mondo intero, in diretta sui nostri telefoni. Durante la nostra tavola rotonda, due parole sono risuonate più volte: verità e dignità. Abbiamo parlato anche di verifica e fact-checking. Eppure, molti scelgono quando rispettare questi valori e quando ignorarli. Quando Israele definisce i giornalisti palestinesi “terroristi”, molti non verificano, non controllano i fatti, non difendono la dignità di quei giornalisti. Così finiscono per ripetere la propaganda che giustifica il genocidio, usando il linguaggio della neutralità e della presunta oggettività. Ma il silenzio, la complicità e la disumanizzazione sono gli anelli della catena dell’uccisione. Eppure, l’umanità non è scomparsa. La storia ci insegna che la convivenza è possibile, come accadde in Al-Andalus, dove una sola cultura abbracciava tre religioni: Cristianesimo, Ebraismo e Islam. Quella convivenza si fondava su tre pilastri: pace, conoscenza e amore.

E sì, l’amore è essenziale. Perché l’odio è ciò che genera la disumanizzazione, l’odio è la radice del razzismo, della divisione, della disinformazione. Sui social media vediamo i giornalisti palestinesi raccontare le proprie storie. Affrontano la disumanizzazione con dignità. E le persone amplificano la loro voce, si mobilitano, agiscono. Questa è fraternità, solidarietà e speranza.

Fare giornalismo con un volto umano significa proteggere l’umanità, non distruggerla. Significa servire il pubblico, non il potere. Significa stare con la verità, non con la propaganda.

Sant’Agostino disse: «Viviamo bene, e i tempi saranno buoni».

Perché noi siamo i tempi. Noi plasmiamo come l’umanità verrà ricordata. Siamo parte dell’orizzonte morale della nostra epoca. Eppure, oggi Gaza… chi sarà la prossima? Se permettiamo che questo massacro passi nell’impunità totale, ci sarà un’altra Gaza.

Solo questa settimana, 26 giornalisti sono stati massacrati. Avete sentito la notizia? Ne dubito.

Perché abbiamo normalizzato l’uccisione dei giornalisti e quando ne muoiono ventisei in un colpo solo, non fa più notizia. Ma l’umanità ha bisogno dei giornalisti. E i giornalisti hanno bisogno di solidarietà — dai colleghi, dalle istituzioni, da ciascuno di noi — per restare vivi e continuare a raccontare, senza distinzione di etnia, colore, nome, religione o origine. Devono essere protetti come esseri umani dignitosi, non ricordati solo in lettere scritte dopo la loro morte.

Perché l’umanità ha fallito. Il tempo è finito, non solo per me, ma per tutti noi. Il tempo è finito per l’umanità.

Sono una madre arrabbiata. Una palestinese arrabbiata. Una giornalista arrabbiata.

Quando vedo colleghe giornaliste, madri, palestinesi – uccise insieme ai loro figli – non posso restare in silenzio. Voglio leggervi alcune righe scritte da Maryam Abu Dagga, giornalista di Al Jazeera uccisa in un bombardamento mirato a Gaza. Le scrisse a suo figlio Reet, il cui nome significa pioggia:

“Voglio che tu preghi per me.

Non voglio che tu pianga per me, questo mi renderà felice.

Voglio che tu mi renda orgogliosa, che tu studi,

che tu sia forte e diventi un uomo completo.

Voglio che non mi dimentichi, figlio mio.

Ho fatto tutto perché tu fossi felice e al sicuro.

Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia,

chiamala con il mio nome, Maryam.

Sei il mio amore e il mio cuore, il mio sostegno e la mia anima.

Mi riempi d’orgoglio,

e sapere che sei un uomo buono mi riempie di gioia.

Ti chiedo di pregare,

pregare e non smettere mai di pregare, figlio mio”.

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Quando la verità diventa un bersaglio https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/quando-la-verita-diventa-un-bersaglio/ Tue, 16 Jun 2026 08:00:51 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41058 Nel 2021, Maria Ressa, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per la difesa della libertà di espressione. Ma il suo lavoro, nelle Filippine, le è costato processi, minacce e anni di pressione giudiziaria. Fondatrice di Rappler, una delle principali piattaforme di informazione indipendente del...

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Nel 2021, Maria Ressa, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per la difesa della libertà di espressione. Ma il suo lavoro, nelle Filippine, le è costato processi, minacce e anni di pressione giudiziaria.

Fondatrice di Rappler, una delle principali piattaforme di informazione indipendente del Sud-Est asiatico, Ressa ha documentato il funzionamento delle campagne di disinformazione online, mostrando come i social media possano essere usati per manipolare il consenso e riscrivere la realtà.

Al World Meeting on Human Fraternity ha usato un’espressione netta: “Armageddon dell’informazione”.

Secondo la sua analisi, il problema non è solo la diffusione di notizie false, ma un sistema economico e tecnologico che premia la polarizzazione. L’attenzione diventa profitto, e il conflitto diventa un prodotto.

Il risultato è che la verità non scompare: viene progressivamente indebolita, resa irrilevante.

La sua proposta parte da qui. Ricostruire un ecosistema informativo fondato su tre elementi: collaborazione tra media, ritorno alla missione di servizio pubblico e sviluppo di tecnologie che restituiscano agli utenti il controllo sui propri dati.

Il World Meeting on Human Fraternity ha mostrato quanto questa analisi non sia isolata: la crisi dell’informazione è uno dei luoghi in cui si gioca oggi la qualità della vita democratica e la possibilità stessa di riconoscersi come comunità.

 

Estratto dall’intervento di Maria Ressa – Premio Nobel per la Pace

La battaglia più grande che affrontiamo oggi è quella contro l’impunità, perché essa porta alla disumanizzazione.
Viviamo in un mondo fisico attraversato da guerre, e in un mondo virtuale in cui le nostre menti e le nostre emozioni vengono manipolate in modo subdolo dal capitalismo della sorveglianza.
Tutto questo ha generato violenza, e la violenza online è violenza reale, su scala globale.
Lo scorso anno, 274 giornalisti sono stati uccisi.
Stiamo affrontando tre battaglie cruciali: la battaglia per la verità, la battaglia per l’autonomia umana, e la battaglia per il nostro futuro.
La prima è la battaglia per la verità.
Quando i deepfake possono distruggere reputazioni, quando il micro-targeting e le operazioni di disinformazione possono manipolare le elezioni, quando le menzogne viaggiano più veloci dei fatti, dobbiamo agire. La responsabilità delle piattaforme non è censura: è sicurezza. È il ripristino del sistema immunitario della democrazia.
La seconda è la battaglia per l’agency umana.
Algoritmi che amplificano i nostri impulsi peggiori, che premiano l’indignazione invece dell’empatia, che ci rinchiudono nelle bolle dei nostri pregiudizi, non sono inevitabili. Sono scelte. Possiamo scegliere valori diversi. Possiamo progettare a partire dalla dignità umana.
La terza è la battaglia per il futuro che vogliamo.
L’intelligenza artificiale accrescerà il potenziale umano o sostituirà il giudizio umano?
Internet servirà l’umanità o sarà l’umanità a servire internet?
Non possiamo affrontare queste sfide da soli: redazione per redazione, nazione per nazione. Internet e disinformazione non conoscono confini. Neppure la nostra risposta può conoscerli. Per questo dobbiamo ripensare radicalmente che cosa significhi collaborazione. Ho visto che cosa accade quando falliamo. Ho visto morire la democrazia in tempo reale, una menzogna virale dopo l’altra. Nelle Filippine, l’amministrazione Duterte ha intentato contro di me undici procedimenti penali in quattordici mesi. A distanza di quasi dieci anni, non posso ancora viaggiare liberamente: ho avuto bisogno dell’autorizzazione della Corte Suprema per essere qui oggi.
Ma ho visto anche ciò che è possibile quando agiamo con coraggio e convinzione.
Esistono tre strade per ristabilire l’integrità dell’informazione e ricostruire la fiducia.
La prima: il giornalismo.
Dobbiamo tornare alla nostra missione fondamentale: servire l’interesse pubblico. Oggi questo richiede un coraggio straordinario: offrire contesto quando gli algoritmi premiano la polemica, scegliere la verifica invece della viralità. Dobbiamo smettere di alimentare le piattaforme che ci stanno distruggendo e costruire le nostre comunità di fiducia.
La seconda: la comunità.
In Rappler abbiamo imparato che la sopravvivenza dipende da comunità di azione.
Quando Duterte ci ha attaccati, la nostra comunità ha finanziato la nostra difesa. Quando gli algoritmi hanno cercato di silenziarci, la nostra comunità ha amplificato la verità. Dobbiamo costruire reti di organizzazioni giornalistiche affidabili, sistemi federati che colleghino persone reali in una realtà condivisa.
La terza: la tecnologia.
Abbiamo sviluppato tecnologie di interesse pubblico: un’app di chat open source e decentralizzata, basata su Matrix, che consente alle persone reali di comunicare senza manipolazione algoritmica. Questo deve essere il futuro dell’informazione: una tecnologia al servizio della connessione umana. Possiamo scegliere valori diversi. Possiamo progettare a partire dalla dignità umana. Vi esorto a riflettere sul significato della collaborazione radicale in questi tempi e a unirvi a noi.
Papa Leone — e prima di lui Papa Francesco — ci hanno chiesto di essere umani.
È per questo che siamo diventati giornalisti: per aiutare le persone a comprendere il mondo e gli uni gli altri… oggi, per ricostruire ciò che la tecnologia ha sistematicamente distrutto.
Sappiamo che cosa significa “distruzione creativa”: siamo in piedi sulle macerie del mondo che è stato. Ora è tempo, per tutti noi qui presenti, di creare il mondo che vogliamo.
Il futuro non è scritto nel codice. È scritto dalle scelte che compiamo tutti noi, insieme.
Prima che sia troppo tardi.

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È possibile costruire una pace senza verità? https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/e-possibile-costruire-una-pace-senza-verita/ Tue, 26 May 2026 10:32:26 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=40963 Negli ultimi mesi, diversi reporter sono stati uccisi mentre documentavano i conflitti in Medio Oriente. Non è solo un fatto di cronaca: è un segnale. Colpire chi racconta significa colpire la possibilità stessa di vedere. In questo contesto, il tema della comunicazione torna ad essere...

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Negli ultimi mesi, diversi reporter sono stati uccisi mentre documentavano i conflitti in Medio Oriente. Non è solo un fatto di cronaca: è un segnale. Colpire chi racconta significa colpire la possibilità stessa di vedere.

In questo contesto, il tema della comunicazione torna ad essere centrale. Non come ambito tecnico, ma come spazio decisivo per la costruzione o la distruzione dei legami. Il World Meeting on Human Fraternity lo ha messo a fuoco con chiarezza: in un passaggio storico segnato da divisioni e conflitti, la verità rischia di essere piegata all’interesse o dispersa nel rumore.

Da questo contesto prende forma l’intervento di Paolo Ruffini.

Giornalista, già direttore di Rai3 e di Tv2000, Ruffini è dal 2018 Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede: il primo laico a guidarlo. Il suo lavoro si è concentrato sull’integrazione dei media vaticani e su una riflessione continua sul rapporto tra informazione e responsabilità.

Al Meeting ha proposto una formula precisa: “comunicazione disarmata”. Non una comunicazione neutra, ma sciolta da ciò che la rende violenta – pregiudizi, tifoserie, rigidità ideologiche.

Il punto critico, ha osservato, è l’ambiente digitale in cui oggi si forma l’opinione pubblica. Gli algoritmi tendono a confermare ciò che già pensiamo, costruendo spazi chiusi in cui le opinioni non si incontrano mai davvero. La conseguenza è una frammentazione della realtà che rende sempre più difficile un terreno comune.

Per questo Ruffini parla della necessità di “riparare le reti”: formare professionisti capaci di restituire complessità e di tenere insieme verità e responsabilità.

In gioco non c’è solo la qualità dell’informazione, ma la possibilità stessa di una convivenza.

 

Estratto dall’intervento di Paolo Ruffini – Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede

La misura delle parole

Questo nostro incontro dimostra la centralità dell’informazione nella tessitura di quello che sarà il nostro futuro. Il Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, che ho l’onore di guidare, porta avanti da anni una riflessione sulla necessità di allargare l’orizzonte della nostra attenzione riguardo alla frontiera che i media sono chiamati a presidiare. Può sembrare stonato, in un incontro che ha per tema la comunicazione disarmante e disarmata, parlare di frontiera.

Eppure, proprio qui è il punto: il confine – nel nostro caso – fra buon giornalismo e cattivo giornalismo, fra la chiacchiera e la analisi, fra la paziente ricerca della verità e la frettolosa diffusione di notizie avariate. Fra un sistema della comunicazione fondato sulla condivisione della verità ed un sistema fondato sulla indifferenza alla verità. Tra il conflitto di opinioni e le campagne di odio, di diffamazione, gli attacchi omicidi. Fra la difesa della propria identità e la negazione di quella degli altri.

Così – anche a proposito del significato della parola disarmata – vale la pena riflettere sulla radice stessa della parola arma. Per sottrarla a quello che papa Francesco ha definito il paradigma della guerra. Perché la parola “armare” deriva dal latino arma, che di significati ne aveva più di uno, e indicava anche strumenti e attrezzi pacifici.

La radice proto-indoeuropea ar-, ha una accezione ancora più ampia: significa adattare e anche unire. Abbiamo di queste testimonianze in modi di dire, arrivati sino a noi: armarsi di coraggio, di pazienza, di buona volontà, di intelligenza, di verità.

Ognuno di essi ci dice – implicitamente – da cosa dobbiamo disarmarci e di cosa dobbiamo armarci.

Disarmo non è sinonimo di resa. Papa Francesco ha affermato che la comunicazione va disarmata da ogni pregiudizio, rancore, aggressività, fanatismo e odio; liberata dalla droga delle semplificazioni ingannevoli; e dal paradigma della volontà di dominio, di possesso, di manipolazione.

Papa Leone XIV ha ripreso le sue parole dicendo: «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». Se siamo qui oggi è per contribuire insieme ad una riflessione sulla possibilità reale di questo disarmo nella sempre più asimmetrica competizione che caratterizza il sistema della comunicazione. Algoritmi capaci solo di calcolo, rischiano di divenire i guardiani dei nostri pensieri, imprigionandoci nelle cosiddette “filter bubbles”, prigionieri inconsapevoli di un mondo artificiale modellato dalle nostre preferenze labili di un momento.

Un mondo senza vera libertà, dove nessuna opinione nasce per essere confrontata e anche cambiata, ma solo per essere confermata, in un gioco di specchi senza fine né principio. Che cerca di cambiare dal di dentro noi stessi, le regole della convivenza civile e della economia.

I modelli di business dominanti hanno spostato il focus dalla qualità alla velocità, dai contenuti informativi a quelli che attirano attenzione: titoli sensazionalistici, clickbait, scandali. Ma se vero e falso assumono le stesse sembianze, quali principi regolano il business degli algoritmi?

Quali criteri presiedono alle politiche di indicizzazione e de-indicizzazione dei motori di ricerca capaci di esaltare o cancellare persone e opinioni, storie e culture?

Gli ultimi Digital News Reports di Reuters ci mostrano che le persone stanno spostando la loro attenzione verso ciò che ritengono la meriti. E che siccome le notizie non sono più affidabili cercano piuttosto contenuti educativi, ispiranti che risveglino la speranza.

Qui è la sfida. Resistere alla corrosione, alla corruzione, della comunicazione. Restituire fondamento alle notizie e prospettive di speranza a ogni narrazione. Per questo mi auguro che a questo incontro altri ne seguiranno. Il Dicastero per la Comunicazione è fortemente impegnato a portare avanti e animare nelle sedi opportune un confronto libero, alto, serio, concreto, non episodico, su tutto questo.

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Magnifica humanitas: la prima enciclica di Papa Leone XIV e la sfida dell’intelligenza artificiale https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/magnifica-humanitas-la-prima-enciclica-di-papa-leone-xiv-e-la-sfida-dellintelligenza-artificiale/ Sun, 24 May 2026 21:18:28 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=40846 Dal 25 maggio sarà resa pubblica la prima enciclica di Papa Leone XIV. Il titolo scelto dal Pontefice è Magnifica humanitas e il documento sarà dedicato alla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Si tratta di una scelta altamente simbolica e destinata a...

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Dal 25 maggio sarà resa pubblica la prima enciclica di Papa Leone XIV. Il titolo scelto dal Pontefice è Magnifica humanitas e il documento sarà dedicato alla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

Si tratta di una scelta altamente simbolica e destinata a segnare il nuovo pontificato. L’enciclica porta infatti la data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della Rerum Novarum di Papa Leone XIII, il testo che diede origine alla moderna Dottrina sociale della Chiesa. Come allora la Chiesa seppe interrogarsi sulle conseguenze della rivoluzione industriale e sulla dignità del lavoro umano, oggi Papa Leone XIV sceglie di affrontare una nuova rivoluzione: quella tecnologica e algoritmica, che sta trasformando il volto della società, dell’economia e delle relazioni umane.

La Fondazione Fratelli tutti guarda con grande attenzione e speranza a questo documento, riconoscendo in esso un passaggio storico non soltanto per la Chiesa, ma per l’intera comunità internazionale. Da tempo, infatti, la Fondazione è impegnata nel promuovere un confronto serio e interdisciplinare sull’etica dell’intelligenza artificiale, convinta che il progresso tecnologico non possa essere separato dalla tutela della dignità umana e del bene comune.

In questa prospettiva si inseriva il grande tavolo internazionale dedicato all’Intelligenza Artificiale nell’ultimo World Meeting on Human Fraternity, tenutosi il 12 e 13 settembre a Roma. L’obiettivo era interrogarsi sulle implicazioni antropologiche, etiche e sociali della rivoluzione algoritmica: dalla tutela del lavoro umano alla governance dei dati, dalla trasparenza degli algoritmi fino al rischio di nuove disuguaglianze e concentrazioni di potere.

Dal lavoro del tavolo è nato anche un importante documento internazionale sottoscritto da studiosi, leader tecnologici ed esperti di intelligenza artificiale provenienti da diversi Paesi e tradizioni culturali. Nell’appello si legge: “l’IA deve rimanere sotto il controllo umano” e si richiama con forza la necessità di evitare che questa tecnologia venga utilizzata per “decisioni di vita o di morte”. Visualizza qui la scheda del tavolo di lavoro.

Il documento insiste inoltre sulla necessità di costruire un modello tecnologico fondato sulla dignità umana, sulla responsabilità condivisa e sulla fraternità come criterio politico e culturale. Una prospettiva perfettamente coerente con l’orizzonte del World Meeting on Human Fraternity, che ha definito la fraternità come “esperienza e intelligenza relazionale”.

L’enciclica Magnifica humanitas si pone inoltre in piena continuità con il magistero di Papa Francesco, che ha portato la Chiesa al centro del dibattito globale sull’intelligenza artificiale. Papa Francesco aveva intuito prima di molti altri che la questione tecnologica non riguarda soltanto l’innovazione, ma tocca il cuore stesso dell’umano: il lavoro, la libertà, la giustizia, la pace, le relazioni.

Dalla Fratelli Tutti agli interventi sull’algoretica, fino allo storico discorso al G7, il pontificato di Papa Francesco ha aperto una strada nuova: quella di una tecnologia al servizio dell’uomo e non dell’uomo al servizio della tecnologia.

Anche per questo la scelta di Papa Leone XIV appare oggi come il naturale sviluppo di un cammino già avviato: un invito rivolto alla politica, all’economia, alla scienza e alla cultura affinché l’intelligenza artificiale non diventi uno strumento di disuguaglianza o dominio, ma un’occasione per costruire una società più giusta, umana e fraterna.

La presentazione ufficiale dell’enciclica avverrà il 25 maggio presso l’Aula del Sinodo, alla presenza dello stesso Pontefice. Il testo integrale di Magnifica humanitas sarà disponibile sul sito ufficiale della Santa Sede.

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