Archivi Articoli - Fondazione Fratelli tutti https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/ Thu, 03 Sep 2026 14:04:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.0.5 https://www.fondazionefratellitutti.org/wp-content/uploads/2022/07/cropped-Favicon-48x48-1-32x32.jpg Archivi Articoli - Fondazione Fratelli tutti https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/ 32 32 Tawakkol Karman: la fraternità come scelta di giustizia https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/tawakkol-karman-la-fraternita-come-scelta-di-giustizia/ Thu, 03 Sep 2026 14:04:13 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41292 Premio Nobel per la Pace e tra le voci più autorevoli dell’attivismo yemenita, Tawakkol Karman ha portato al World Meeting on Human Fraternity una riflessione sul significato politico e concreto della fraternità. Essere fratelli e sorelle, ha sottolineato, non può ridursi a uno slogan, ma...

The post Tawakkol Karman: la fraternità come scelta di giustizia appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Premio Nobel per la Pace e tra le voci più autorevoli dell’attivismo yemenita, Tawakkol Karman ha portato al World Meeting on Human Fraternity una riflessione sul significato politico e concreto della fraternità.

Essere fratelli e sorelle, ha sottolineato, non può ridursi a uno slogan, ma significa impegnarsi per la giustizia, la libertà e la dignità di ogni essere umano. Il suo intervento ha rivolto uno sguardo particolare alle guerre e alle sofferenze che attraversano il nostro tempo, dalla Palestina all’Ucraina e allo Yemen.

Di fronte alla violenza e all’oppressione, la fraternità impone di non restare in silenzio e di schierarsi dalla parte delle vittime. Significa anche restituire al diritto internazionale la sua funzione di tutela dei popoli e dei più deboli. Ma la dignità umana, per Karman, passa anche attraverso la lotta alla povertà, l’accesso universale all’educazione e la difesa dell’ambiente.

La fraternità diventa così responsabilità verso gli altri e verso le generazioni future. Partendo dall’esperienza del proprio Paese, Karman ha ribadito il rifiuto tanto della tirannia quanto della guerra come risposta alla tirannia.

Essere veramente umani significa scegliere la pace invece del dominio e la giustizia invece dell’indifferenza.
Un appello netto a trasformare la fraternità da principio ideale in impegno concreto per un’umanità realmente condivisa.

 

Estratto dell’intervento di Tawakkol Karman – Politica e attivista yemenita, Premio Nobel per la Pace

Parlare di fraternità umana significa, prima di tutto, parlare di cosa significa essere umani. Ed è molto importante, perché da questo può nascere la soluzione ai problemi del nostro mondo. La fraternità – la fratellanza e la sorellanza umana – non può ridursi a un bello slogan. È un impegno vivo per la giustizia, la libertà e la dignità umana.

Oggi siamo qui riuniti mentre migliaia di persone a Gaza affrontano un genocidio. La tragedia che si sta consumando in Palestina è una delle più gravi catastrofi umanitarie del nostro tempo. Decine di migliaia di martiri – uomini, donne e bambini – hanno perso la vita. Intere città sono state ridotte in macerie. Ospedali, università e chiese sono stati distrutti, mentre il mondo resta in silenzio. Se vogliamo parlare davvero di umanità, dobbiamo rompere questo silenzio, il silenzio che circonda i crimini e i massacri in Palestina, in Ucraina, in Yemen e in Israele.

La vera fraternità umana significa stare accanto a tutti gli oppressi. Significa lavorare per costruire la giustizia e fare in modo che il diritto internazionale diventi uno scudo per i popoli, non un’arma nelle mani di chi commette crimini e giustifica il genocidio.

La vera umanità è quando colmiamo la distanza tra ricchi e poveri, quando lottiamo contro la povertà e garantiamo l’educazione a ogni bambino, di qualunque colore o origine. È quando ci uniamo per difendere il nostro pianeta, per fermare la distruzione dell’ambiente e degli ecosistemi, e per preservare il creato per le generazioni future.

È quando rifiutiamo il dominio sugli altri, e aiutiamo i popoli a riconquistare la loro libertà, la libertà dalle potenze straniere e dalle corporazioni che sfruttano le risorse, distruggono le terre e diffondono corruzione.

Vengo da un Paese che soffre sotto questa oppressione. Mia sorella Shirin Ebadi, dall’Iran, e io ci opponiamo al nostro governo e alle milizie, al regime iraniano e a tutti coloro che portano guerra e ingiustizia al nostro popolo. Ma rifiutiamo anche di rispondere alla tirannia con la guerra. Essere veramente umani significa scegliere la pace invece del dominio, la giustizia invece del silenzio, la fraternità invece dell’indifferenza.

Nessuna occupazione. Nessuna guerra. Nessuna tirannia. Nessuna povertà. Nessuna distruzione della nostra umanità condivisa.

The post Tawakkol Karman: la fraternità come scelta di giustizia appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Globalizzare la compassione. La fraternità comincia dai bambini. https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/globalizzare-la-compassione-la-fraternita-comincia-dai-bambini/ Fri, 14 Aug 2026 11:01:39 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41258 Kailash Satyarthi, attivista indiano e Premio Nobel per la Pace nel 2014, è una delle voci internazionali più autorevoli nella difesa dei diritti dell’infanzia. Da decenni combatte contro il lavoro minorile, la schiavitù e ogni forma di sfruttamento dei bambini, facendo della loro libertà e...

The post Globalizzare la compassione. La fraternità comincia dai bambini. appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Kailash Satyarthi, attivista indiano e Premio Nobel per la Pace nel 2014, è una delle voci internazionali più autorevoli nella difesa dei diritti dell’infanzia. Da decenni combatte contro il lavoro minorile, la schiavitù e ogni forma di sfruttamento dei bambini, facendo della loro libertà e della loro dignità il centro di un impegno civile che ha attraversato confini, religioni e culture. La sua esperienza nasce soprattutto dall’incontro diretto con le vittime: bambini privati della scuola, costretti a lavorare, segnati dalla guerra o dalla povertà, ma ancora capaci di immaginare un futuro diverso.

Nel suo intervento al World Meeting on Human Fraternity, Satyarthi riconduce proprio a questa capacità di sognare il significato più profondo della fraternità. Le storie della bambina pakistana che cuce palloni e sogna soltanto di poter giocare a calcio, o del piccolo profugo siriano che vuole diventare ingegnere per tornare a ricostruire la propria casa e il proprio Paese, mostrano come la speranza possa sopravvivere anche dentro le condizioni più drammatiche. Ma mostrano soprattutto che la fraternità non può rimanere una parola astratta: comincia quando la sofferenza dell’altro viene riconosciuta come qualcosa che ci riguarda.

Per Satyarthi, infatti, tutti i bambini sono “nostri figli”, al di là delle appartenenze nazionali, politiche o religiose. È da questa consapevolezza che nasce il suo appello a “globalizzare la compassione”. Non una compassione intesa come pietà o benevolenza, ma come forza capace di spingerci ad agire. Nel contesto del Meeting, il suo messaggio diventa così un invito a trasformare la fraternità in responsabilità concreta: nelle istituzioni, nella politica, nella società civile, nelle religioni e nella vita quotidiana. Perché essere fratelli significa, prima di tutto, non considerare mai estraneo il dolore dell’altro.

 

Estratto dell’intervento di Kailash Satyarthi – Attivista indiano e Premio Nobel per la Pace

Un sogno è luce. Un sogno è la forza nelle tue gambe. Un sogno è il percorso. Un sogno è la pietra miliare e un sogno è l’obiettivo finale che raggiungi.

Una volta stavo viaggiando in Pakistan, cosa non facile per un indiano. Ma io non ho mai creduto nei confini. L’umanità è una sola. I bambini pakistani sono i miei bambini. I bambini indiani sono i miei bambini. Mentre ero seduto lì con un gruppo di bambini, ho notato una ragazza. Lei cuciva palloni da calcio. Spesso le gocce di sangue le colavano dalle dita e lei le succhiava e poi riprendeva a lavorare, perché non poteva sporcare i palloni con il suo sangue.

Le ho chiesto: “Figlia mia, se fossi libera, quali sogni avresti?” Lei ha risposto: “Cos’è un sogno?” Le ho chiesto di nuovo: “Se improvvisamente accadesse un miracolo e ti chiedessero cosa vorresti diventare?” Dopo una pausa, ha risposto: “Vorrei giocare a calcio un giorno”.

Condividerò un altro episodio. Stavo visitando e lavorando con alcune organizzazioni locali in Germania, in un campo profughi siriano, insieme a mia moglie. Ho visto un bambino su una sedia a rotelle, di 10 o 11 anni, con uno sguardo molto intenso. Sapevo che aveva perso entrambe le gambe e suo padre in un attentato dinamitardo, e che sua madre si era persa da qualche parte lungo la strada. Gli ho chiesto: “Figliolo, cosa vuoi fare nella vita una volta terminati gli studi qui in Germania?” Senza nemmeno riflettere mezzo minuto, mi ha risposto spontaneamente: “Voglio tornare nel mio villaggio in Siria e diventare ingegnere, così potrò ricostruire la mia casa e il mio Paese”. Questo era il suo sogno.

Ci sono milioni di storie simili che possono ispirarci. Sono la prova che i nostri sogni possono portarci lontano dalla disperazione, dalla mancanza di speranza e dalla sofferenza verso un futuro di speranza e felicità.

Io rappresento il suono del silenzio. Rappresento i volti dell’invisibilità. Rappresento il grido dell’innocenza. Seduti qui al sicuro e comodi, dobbiamo ascoltare quelle bombe, quei proiettili e quei droni che stanno uccidendo bambini innocenti a Gaza. Tutti i bambini israeliani sono nostri figli. Tutti i bambini palestinesi sono nostri figli. Tutti i bambini sudanesi sono nostri figli; tutti i bambini del mondo sono nostri figli. Questo sentimento nascerà quando sentiremo e agiremo per porre fine alle sofferenze di quei bambini come se fossero le nostre. Quindi la compassione è la risposta.

La compassione non è gentilezza, misericordia, pietà, carità o benevolenza. Queste sono grandi qualità umane. Ma la compassione è una forza, non solo un sentimento. La compassione è la forza che nasce dal sentire la sofferenza degli altri come propria, che spinge ad agire consapevolmente per porre fine a quella sofferenza.

Continuare come se nulla fosse non funzionerà. Ho fatto parte di numerosi gruppi di alto livello, tra cui gli SDG Advocates delle Nazioni Unite, nominati dal Segretario Generale delle Nazioni Unite. E ripeto la stessa cosa: continuare come se nulla fosse non funzionerà perché non sta funzionando.

Cari amici, dobbiamo accendere e globalizzare la compassione.

Dobbiamo costruire una leadership compassionevole nel nostro contesto, tra i giovani, negli ospedali, nella magistratura, nella polizia, nelle organizzazioni della società civile, nei governi, nelle agenzie intergovernative, nel mondo accademico e nelle istituzioni religiose.

Dovremmo provare la sensazione che i miei figli stiano per essere uccisi e che io debba salvarli immediatamente. In questo luogo sacro, alla presenza di Sua Eminenza il Cardinale Mauro Gambetti e di Sua Santità Papa Leone XIV, qui vicino. Se non iniziamo da qui, da dove inizieremo?

Non sono un predicatore, né un politico, né un professore. Sono uno di voi. Quindi vi chiedo di globalizzare la compassione. Se non lo fate voi, chi lo farà? Se non lo facciamo ora, quando lo faremo? E se non partiamo da qui, da dove partiremo?

The post Globalizzare la compassione. La fraternità comincia dai bambini. appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Cos’è il Laboratorio di Leadership compassionevole? https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/cose-il-laboratorio-di-leadership-compassionevole/ Wed, 05 Aug 2026 13:36:53 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41211 In un’epoca caratterizzata dall’incertezza, dal burnout e dall’erosione delle relazioni umane significative, la necessità di un nuovo modo di pensare il mondo lavoro non è mai stata così urgente. La Leadership compassionevole offre una risposta trasformativa: un approccio moderno e basato su dati concreti che...

The post Cos’è il Laboratorio di Leadership compassionevole? appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
In un’epoca caratterizzata dall’incertezza, dal burnout e dall’erosione delle relazioni umane significative, la necessità di un nuovo modo di pensare il mondo lavoro non è mai stata così urgente. La Leadership compassionevole offre una risposta trasformativa: un approccio moderno e basato su dati concreti che unisce la saggezza antica, la ricerca psicologica e l’innovazione organizzativa per restituire dignità, senso e prosperità sul posto di lavoro. Radicato nell’idea che nessuno possa prosperare da solo, questo paradigma invita leader e professionisti a coltivare la consapevolezza di sé, la regolazione emotiva, la comunicazione autentica e la cura coraggiosa, non come semplici ideali, ma come competenze strategiche per prosperare in sistemi complessi. Attraverso una combinazione di profondità filosofica, fondamenti scientifici e formazione pratica, il Laboratorio di Leadership Compassionevole consente alle persone e alle organizzazioni di andare oltre i modelli orientati all’efficienza per dirigersi verso ecosistemi che generano creatività, resilienza e benessere condiviso. È un invito a unirsi a una comunità impegnata a plasmare un nuovo umanesimo del lavoro, dove eccellenza e gentilezza, responsabilità e delicatezza, prestazioni e significato si possano finalmente incontrare.

Scarica qui la brochure.

Consulta qui la pagina del corso.

The post Cos’è il Laboratorio di Leadership compassionevole? appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Tenersi per mano nell’oscurità https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/tenersi-per-mano-nelloscurita/ Wed, 05 Aug 2026 12:36:10 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41188 Tra le voci più significative del World Meeting on Human Fraternity, quella di Najwa Shihab ha richiamato la responsabilità umana dell’informazione. Giornalista indonesiana tra le più autorevoli del panorama asiatico, ha posto al centro del suo intervento la dignità delle persone. Partendo dall’esperienza vissuta durante...

The post Tenersi per mano nell’oscurità appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Tra le voci più significative del World Meeting on Human Fraternity, quella di Najwa Shihab ha richiamato la responsabilità umana dell’informazione. Giornalista indonesiana tra le più autorevoli del panorama asiatico, ha posto al centro del suo intervento la dignità delle persone. Partendo dall’esperienza vissuta durante lo tsunami di Aceh del 2004, ha ricordato che il giornalismo non è soltanto notizia. È anche capacità di ascoltare, custodire le storie più fragili e «tenersi per mano nell’oscurità». Una missione resa più difficile dalla disinformazione, dai deepfake e dalle divisioni alimentate dalle piattaforme digitali. La tecnologia, ha sottolineato, non è però la nostra padrona: tutto dipende dall’uso che scegliamo di farne: anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’umanità deve restare al centro. Nessuna macchina può ascoltare con compassione, riconoscere la dignità dell’altro o scegliere l’amore invece dell’indifferenza. Ricordando i giornalisti uccisi a Gaza e in Palestina, Shihab ha ribadito che le parole possono ferire, ma anche difendere la verità. Nel cuore del World Meeting, ha così indicato nel giornalismo un autentico strumento di fraternità.

 

Estratto dell’intervento di Najwa Shihab – Giornalista e fondatrice di Narasi Tv

L’Indonesia, la terza democrazia più grande del mondo e il Paese a maggioranza musulmana più popoloso, ospita 270 milioni di persone, la cui capacità di essere unite nella diversità è straordinaria. È un Paese nel quale il giornalismo non è qualcosa di astratto, ma uno strumento essenziale per mantenere un equilibrio tra le differenze e il dialogo.

Nel 2004 ero ancora una giovane giornalista e mi trovai nel mezzo della devastazione provocata dallo tsunami di Aceh, che causò centinaia di migliaia di vittime. Vedevo ovunque perdita e distruzione. Eppure, dentro quel dolore, vidi anche piccoli gesti di coraggio: sopravvissuti che ritrovavano la speranza in storie fragili, condivise attraverso trasmissioni improvvisate e raccontate con delicatezza da una persona all’altra. In quel momento, il giornalismo smise di essere soltanto una questione di titoli e divenne un modo per tenersi per mano nell’oscurità. Per due decenni ho ascoltato storie: alcune sussurrate nella paura, altre gridate durante le proteste, tutte animate dal desiderio di essere riconosciute e rispettate. Queste voci mi ricordano che il giornalismo non riguarda soltanto i fatti: riguarda le persone.

Oggi, tuttavia, questo compito è più difficile che mai. Le piattaforme digitali amplificano la rabbia, diffondono menzogne e traggono profitto dalle divisioni. Le teorie del complotto avvelenano le famiglie, la disinformazione corrompe le elezioni e i discorsi d’odio incendiano le comunità, mentre i deepfake confondono i confini della realtà e, lentamente, distruggono la nostra fiducia.

Eppure ho visto anche il contrario. In Indonesia, i giovani verificano in tempo reale le dichiarazioni dei politici e scendono in strada per chiedere trasparenza e responsabilità. Le comunità organizzano gli aiuti più rapidamente dei governi. Gli attivisti per il clima si collegano oltre i confini con una velocità che nessuno Stato è in grado di eguagliare.  In Indonesia e in tutto il mondo, i cittadini stanno riconquistando il proprio potere, usando la loro voce non per dividere, ma per unire.

Credo che questa sia la lezione fondamentale: la tecnologia non è la nostra padrona. Ciò che conta è il modo in cui scegliamo di usare le parole: non per dividere, ma per guarire; non per ferire, ma per riparare; non per infiammare, ma per avvicinarci. Dobbiamo proteggere i media indipendenti dal controllo politico e commerciale e promuovere l’alfabetizzazione mediatica, affinché i cittadini possano resistere alla disinformazione. Dobbiamo portare le voci marginalizzate accanto a quelle dei leader, tutelare la sicurezza e la libertà dei giornalisti e costruire nuove alleanze con il mondo della tecnologia e con la società civile, affinché gli spazi che un tempo ci dividevano possano cominciare a servire la nostra comune umanità.  Queste non sono speranze idealistiche. Sono necessità urgenti per democrazie sottoposte a forti pressioni e per comunità lacerate dalla sfiducia.  E dobbiamo ricordare continuamente coloro che oggi sopportano questo peso nel modo più doloroso.

A Gaza e in tutta la Palestina, i giornalisti non sono più soltanto testimoni: sono diventati bersagli.  Cadono non con le armi, ma con le telecamere e i taccuini tra le mani.  Il loro coraggio ci ricorda perché siamo qui. Le parole possono essere muri e scudi, ma possono essere anche ponti verso la verità. Possono distruggere, ma possono anche difendere la dignità e l’umanità.  Onorarli significa onorare il principio che si trova al cuore di questo incontro.

Come ci ricorda Papa Leone XIV: «Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani. Prima di essere qualsiasi altra cosa, siamo chiamati a essere umani». Dobbiamo ricordare al mondo che anche il giornalismo può essere un atto d’amore. Non esiste potere più grande della fraternità.

The post Tenersi per mano nell’oscurità appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Chi è responsabile della verità? https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/chi-e-responsabile-della-verita/ Wed, 08 Jul 2026 09:56:03 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41129 Direttore di The Times, uno dei quotidiani più influenti del Regno Unito, Tony Gallagher ha attraversato negli ultimi anni una delle trasformazioni più radicali della storia dell’informazione. Dalla stampa tradizionale all’ecosistema dominato dalle piattaforme digitali, il cambiamento non è stato solo tecnologico, ma strutturale. Al World...

The post Chi è responsabile della verità? appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Direttore di The Times, uno dei quotidiani più influenti del Regno Unito, Tony Gallagher ha attraversato negli ultimi anni una delle trasformazioni più radicali della storia dell’informazione.

Dalla stampa tradizionale all’ecosistema dominato dalle piattaforme digitali, il cambiamento non è stato solo tecnologico, ma strutturale.

Al World Meeting on Human Fraternity ha proposto un parallelo storico: l’impatto dell’intelligenza artificiale oggi è paragonabile a quello della stampa ai tempi di Aldo Manuzio. Una rivoluzione che ridefinisce accesso, produzione e diffusione del sapere.

Ma c’è una differenza decisiva. Mentre l’editoria tradizionale ha sempre avuto responsabilità chiare, oggi gran parte dell’informazione circola su piattaforme che non si riconoscono come editori.

La questione diventa allora inevitabile: chi è responsabile della verità?

Gallagher ha criticato apertamente i grandi attori del digitale per la loro riluttanza ad assumere questo ruolo. Senza una responsabilità condivisa, il rischio è che l’informazione venga governata solo da logiche di traffico e visibilità.

Il lavoro del World Meeting on Human Fraternity indica una direzione diversa: rimettere al centro la qualità, la responsabilità e la dignità della persona come criterio anche per l’informazione.

 

Estratto dall’intervento di Tony Gallagher – Direttore di The Times

Aldo Manuzio rese i grandi testi dell’antichità ampiamente accessibili in tutta Europa, contribuendo così a plasmare la cultura intellettuale del Rinascimento.

Oggi ci troviamo nelle fasi iniziali di un’altra rivoluzione della comunicazione, scatenata da potenti nuove tecnologie che si collocano all’intersezione tra intelligenza artificiale, social media e Internet. I primi segnali indicano che l’impatto sulla società potrebbe essere altrettanto significativo quanto quello del Rinascimento – ma lo sono anche i rischi.

Se da un lato le parole possono disarmare, creando un terreno comune di conoscenza, dall’altro possono essere trasformate in armi attraverso la diffusione di notizie false progettate per destabilizzare la società.

La tecnologia della stampa fu, a suo tempo, anche un vantaggio per i creatori di fake news: si pensi ai livellatori inglesi del XVII secolo, polemisti radicali che diffondevano affermazioni non verificate per minare la legittimità del Parlamento, oppure ai libellisti francesi del XVIII secolo, autori clandestini di fogli scandalistici che diffondevano false accuse – come quelle sulla presunta immoralità di Maria Antonietta.

Con il tempo, però, alla diffusione della stampa seguì una regolamentazione: furono introdotte norme per limitare gli eccessi, come le leggi contro la diffamazione. Dopo la Seconda guerra mondiale, furono proprio le testate che fondavano la propria reputazione sulla veridicità delle informazioni a dominare il panorama mediatico.

Nel Regno Unito, il The Times è spesso definito il “giornale di riferimento”. Il nostro team di redattori e legali lavora ogni giorno con grande attenzione per essere all’altezza di questa definizione, verificando l’accuratezza di ogni notizia pubblicata.

Annunciando l’abbandono del fact-checking, il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha parlato di un punto di svolta culturale favorevole a una maggiore libertà di espressione. Ma ha anche ammesso che questa decisione avrebbe comportato “più contenuti negativi” su tutta la piattaforma.

“Più contenuti negativi” non è ciò di cui abbiamo bisogno.

Le teorie del complotto e le fake news prosperano in ambienti privi di limiti a quella che chiamiamo libertà di parola.

Le parole che disarmano sono invece parole fondate sui fatti.

Quando una società riesce a concordare su fatti fondamentali, aumentano le possibilità di avere una direzione comune e, con essa, la pace. Ma quando i fatti vengono messi in discussione da polemisti professionisti, politici o persone che hanno qualcosa da nascondere, il risultato è la frammentazione sociale: l’esatto contrario del disarmo.

L’intelligenza artificiale aggiunge una nuova dimensione a questa rivoluzione dell’informazione. L’IA generativa è ancora agli inizi, ma è già evidente che, nonostante i miliardi di dollari investiti in sistemi come ChatGPT e Gemini, presenta ancora gravi limiti nella verifica dei fatti.

Anzi, ricerche recenti mostrano che i casi di “allucinazioni” – cioè informazioni inventate – sono aumentati con il crescere della potenza dei modelli.

Naturalmente, questa nuova rivoluzione dell’informazione – come quella della stampa ai tempi di Manuzio – ha il potenziale di aprire un’epoca di straordinarie opportunità, portando cambiamenti in quasi tutti i settori.

Dobbiamo accogliere il cambiamento e coglierne le possibilità, ma anche imparare dalla storia.

Ciò significa chiedere conto alle nuove “superpotenze” dell’informazione – i giganti dei social media e dell’intelligenza artificiale – e imporre loro regole che vadano a beneficio dell’intera società, non solo di una ristretta élite di azionisti.

Abbiamo bisogno che figure come Mark Zuckerberg, Elon Musk e il fondatore di TikTok, Zhang Yiming, abbraccino la visione di Papa Francesco: un mondo in cui le parole contano e le società prosperano grazie alla riflessione, alla calma e alla consapevolezza della complessità.

Sospetto che, nei decenni a venire, i lettori si affideranno più che mai a testate giornalistiche come The Times – e molte altre presenti in questa sala – fondate sul lavoro di esseri umani, non di bot, e animate da un profondo impegno nel raccontare la verità al mondo.

The post Chi è responsabile della verità? appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Raccontare sotto attacco https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/raccontare-sotto-attacco/ Tue, 30 Jun 2026 08:01:10 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41101 In alcune aree di guerra, essere giornalisti significa essere esposti. Non per caso, ma per scelta. Dima Khatib, amministratrice delegata di AJ+, ha portato al World Meeting on Human Fraternity una testimonianza diretta. La sua rete è da anni uno dei principali punti di riferimento...

The post Raccontare sotto attacco appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
In alcune aree di guerra, essere giornalisti significa essere esposti. Non per caso, ma per scelta.

Dima Khatib, amministratrice delegata di AJ+, ha portato al World Meeting on Human Fraternity una testimonianza diretta. La sua rete è da anni uno dei principali punti di riferimento dell’informazione nel mondo arabo e ha spesso operato in contesti ad altissimo rischio.

Durante il Meeting ha letto il testamento di Anas Sharif, giornalista ucciso a Gaza. Un gesto che ha spostato il discorso dal piano dell’analisi a quello della responsabilità. Uno dei momenti più toccanti e sentiti dell’intera manifestazione.

Il punto è semplice: uccidere un giornalista non è un effetto collaterale, ma un modo per eliminare testimoni.

La denuncia ha riguardato anche il silenzio internazionale che accompagna tuttora questi episodi. Quando la morte di chi racconta non produce reazione, si apre uno spazio in cui la violenza può agire senza controllo.

In questo senso, la questione dell’informazione torna ad essere profondamente legata a quella della fraternità. Perché riconoscere l’altro come fratello significa anche riconoscere il diritto alla sua voce, alla sua storia, alla sua verità.

 

Estratto dall’intervento di Dima Khatib – Amministratore delegato di AJ+

Sono una giornalista palestinese, e oggi sono una giornalista molto arrabbiata.

Perché la fraternità è spezzata. Da quasi due anni, il popolo palestinese affronta un genocidio da parte di Israele. Le loro storie, le loro vite, vengono cancellate e spesso distorte da gran parte dei media mainstream. I giornalisti palestinesi vengono braccati. Duecentoquarantanove sono già stati uccisi, un record assoluto nella storia del giornalismo. Dieci di loro erano giornalisti di Al Jazeera, uccisi per eliminare la verità che stavano raccontando.

Questi sono i loro volti e chi è ancora vivo sopravvive tra fame, distruzione e paura.

Quello che accade nello Stato di Palestina non è un incidente di guerra: è un’azione deliberata, sotto gli occhi del mondo intero, in diretta sui nostri telefoni. Durante la nostra tavola rotonda, due parole sono risuonate più volte: verità e dignità. Abbiamo parlato anche di verifica e fact-checking. Eppure, molti scelgono quando rispettare questi valori e quando ignorarli. Quando Israele definisce i giornalisti palestinesi “terroristi”, molti non verificano, non controllano i fatti, non difendono la dignità di quei giornalisti. Così finiscono per ripetere la propaganda che giustifica il genocidio, usando il linguaggio della neutralità e della presunta oggettività. Ma il silenzio, la complicità e la disumanizzazione sono gli anelli della catena dell’uccisione. Eppure, l’umanità non è scomparsa. La storia ci insegna che la convivenza è possibile, come accadde in Al-Andalus, dove una sola cultura abbracciava tre religioni: Cristianesimo, Ebraismo e Islam. Quella convivenza si fondava su tre pilastri: pace, conoscenza e amore.

E sì, l’amore è essenziale. Perché l’odio è ciò che genera la disumanizzazione, l’odio è la radice del razzismo, della divisione, della disinformazione. Sui social media vediamo i giornalisti palestinesi raccontare le proprie storie. Affrontano la disumanizzazione con dignità. E le persone amplificano la loro voce, si mobilitano, agiscono. Questa è fraternità, solidarietà e speranza.

Fare giornalismo con un volto umano significa proteggere l’umanità, non distruggerla. Significa servire il pubblico, non il potere. Significa stare con la verità, non con la propaganda.

Sant’Agostino disse: «Viviamo bene, e i tempi saranno buoni».

Perché noi siamo i tempi. Noi plasmiamo come l’umanità verrà ricordata. Siamo parte dell’orizzonte morale della nostra epoca. Eppure, oggi Gaza… chi sarà la prossima? Se permettiamo che questo massacro passi nell’impunità totale, ci sarà un’altra Gaza.

Solo questa settimana, 26 giornalisti sono stati massacrati. Avete sentito la notizia? Ne dubito.

Perché abbiamo normalizzato l’uccisione dei giornalisti e quando ne muoiono ventisei in un colpo solo, non fa più notizia. Ma l’umanità ha bisogno dei giornalisti. E i giornalisti hanno bisogno di solidarietà — dai colleghi, dalle istituzioni, da ciascuno di noi — per restare vivi e continuare a raccontare, senza distinzione di etnia, colore, nome, religione o origine. Devono essere protetti come esseri umani dignitosi, non ricordati solo in lettere scritte dopo la loro morte.

Perché l’umanità ha fallito. Il tempo è finito, non solo per me, ma per tutti noi. Il tempo è finito per l’umanità.

Sono una madre arrabbiata. Una palestinese arrabbiata. Una giornalista arrabbiata.

Quando vedo colleghe giornaliste, madri, palestinesi – uccise insieme ai loro figli – non posso restare in silenzio. Voglio leggervi alcune righe scritte da Maryam Abu Dagga, giornalista di Al Jazeera uccisa in un bombardamento mirato a Gaza. Le scrisse a suo figlio Reet, il cui nome significa pioggia:

“Voglio che tu preghi per me.

Non voglio che tu pianga per me, questo mi renderà felice.

Voglio che tu mi renda orgogliosa, che tu studi,

che tu sia forte e diventi un uomo completo.

Voglio che non mi dimentichi, figlio mio.

Ho fatto tutto perché tu fossi felice e al sicuro.

Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia,

chiamala con il mio nome, Maryam.

Sei il mio amore e il mio cuore, il mio sostegno e la mia anima.

Mi riempi d’orgoglio,

e sapere che sei un uomo buono mi riempie di gioia.

Ti chiedo di pregare,

pregare e non smettere mai di pregare, figlio mio”.

The post Raccontare sotto attacco appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Quando la verità diventa un bersaglio https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/quando-la-verita-diventa-un-bersaglio/ Tue, 16 Jun 2026 08:00:51 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41058 Nel 2021, Maria Ressa, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per la difesa della libertà di espressione. Ma il suo lavoro, nelle Filippine, le è costato processi, minacce e anni di pressione giudiziaria. Fondatrice di Rappler, una delle principali piattaforme di informazione indipendente del...

The post Quando la verità diventa un bersaglio appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Nel 2021, Maria Ressa, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per la difesa della libertà di espressione. Ma il suo lavoro, nelle Filippine, le è costato processi, minacce e anni di pressione giudiziaria.

Fondatrice di Rappler, una delle principali piattaforme di informazione indipendente del Sud-Est asiatico, Ressa ha documentato il funzionamento delle campagne di disinformazione online, mostrando come i social media possano essere usati per manipolare il consenso e riscrivere la realtà.

Al World Meeting on Human Fraternity ha usato un’espressione netta: “Armageddon dell’informazione”.

Secondo la sua analisi, il problema non è solo la diffusione di notizie false, ma un sistema economico e tecnologico che premia la polarizzazione. L’attenzione diventa profitto, e il conflitto diventa un prodotto.

Il risultato è che la verità non scompare: viene progressivamente indebolita, resa irrilevante.

La sua proposta parte da qui. Ricostruire un ecosistema informativo fondato su tre elementi: collaborazione tra media, ritorno alla missione di servizio pubblico e sviluppo di tecnologie che restituiscano agli utenti il controllo sui propri dati.

Il World Meeting on Human Fraternity ha mostrato quanto questa analisi non sia isolata: la crisi dell’informazione è uno dei luoghi in cui si gioca oggi la qualità della vita democratica e la possibilità stessa di riconoscersi come comunità.

 

Estratto dall’intervento di Maria Ressa – Premio Nobel per la Pace

La battaglia più grande che affrontiamo oggi è quella contro l’impunità, perché essa porta alla disumanizzazione.
Viviamo in un mondo fisico attraversato da guerre, e in un mondo virtuale in cui le nostre menti e le nostre emozioni vengono manipolate in modo subdolo dal capitalismo della sorveglianza.
Tutto questo ha generato violenza, e la violenza online è violenza reale, su scala globale.
Lo scorso anno, 274 giornalisti sono stati uccisi.
Stiamo affrontando tre battaglie cruciali: la battaglia per la verità, la battaglia per l’autonomia umana, e la battaglia per il nostro futuro.
La prima è la battaglia per la verità.
Quando i deepfake possono distruggere reputazioni, quando il micro-targeting e le operazioni di disinformazione possono manipolare le elezioni, quando le menzogne viaggiano più veloci dei fatti, dobbiamo agire. La responsabilità delle piattaforme non è censura: è sicurezza. È il ripristino del sistema immunitario della democrazia.
La seconda è la battaglia per l’agency umana.
Algoritmi che amplificano i nostri impulsi peggiori, che premiano l’indignazione invece dell’empatia, che ci rinchiudono nelle bolle dei nostri pregiudizi, non sono inevitabili. Sono scelte. Possiamo scegliere valori diversi. Possiamo progettare a partire dalla dignità umana.
La terza è la battaglia per il futuro che vogliamo.
L’intelligenza artificiale accrescerà il potenziale umano o sostituirà il giudizio umano?
Internet servirà l’umanità o sarà l’umanità a servire internet?
Non possiamo affrontare queste sfide da soli: redazione per redazione, nazione per nazione. Internet e disinformazione non conoscono confini. Neppure la nostra risposta può conoscerli. Per questo dobbiamo ripensare radicalmente che cosa significhi collaborazione. Ho visto che cosa accade quando falliamo. Ho visto morire la democrazia in tempo reale, una menzogna virale dopo l’altra. Nelle Filippine, l’amministrazione Duterte ha intentato contro di me undici procedimenti penali in quattordici mesi. A distanza di quasi dieci anni, non posso ancora viaggiare liberamente: ho avuto bisogno dell’autorizzazione della Corte Suprema per essere qui oggi.
Ma ho visto anche ciò che è possibile quando agiamo con coraggio e convinzione.
Esistono tre strade per ristabilire l’integrità dell’informazione e ricostruire la fiducia.
La prima: il giornalismo.
Dobbiamo tornare alla nostra missione fondamentale: servire l’interesse pubblico. Oggi questo richiede un coraggio straordinario: offrire contesto quando gli algoritmi premiano la polemica, scegliere la verifica invece della viralità. Dobbiamo smettere di alimentare le piattaforme che ci stanno distruggendo e costruire le nostre comunità di fiducia.
La seconda: la comunità.
In Rappler abbiamo imparato che la sopravvivenza dipende da comunità di azione.
Quando Duterte ci ha attaccati, la nostra comunità ha finanziato la nostra difesa. Quando gli algoritmi hanno cercato di silenziarci, la nostra comunità ha amplificato la verità. Dobbiamo costruire reti di organizzazioni giornalistiche affidabili, sistemi federati che colleghino persone reali in una realtà condivisa.
La terza: la tecnologia.
Abbiamo sviluppato tecnologie di interesse pubblico: un’app di chat open source e decentralizzata, basata su Matrix, che consente alle persone reali di comunicare senza manipolazione algoritmica. Questo deve essere il futuro dell’informazione: una tecnologia al servizio della connessione umana. Possiamo scegliere valori diversi. Possiamo progettare a partire dalla dignità umana. Vi esorto a riflettere sul significato della collaborazione radicale in questi tempi e a unirvi a noi.
Papa Leone — e prima di lui Papa Francesco — ci hanno chiesto di essere umani.
È per questo che siamo diventati giornalisti: per aiutare le persone a comprendere il mondo e gli uni gli altri… oggi, per ricostruire ciò che la tecnologia ha sistematicamente distrutto.
Sappiamo che cosa significa “distruzione creativa”: siamo in piedi sulle macerie del mondo che è stato. Ora è tempo, per tutti noi qui presenti, di creare il mondo che vogliamo.
Il futuro non è scritto nel codice. È scritto dalle scelte che compiamo tutti noi, insieme.
Prima che sia troppo tardi.

The post Quando la verità diventa un bersaglio appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
«Il filo nascosto», il nuovo libro di Padre Francesco Occhetta e Davide Maggi: cinque principi per un mondo più umano https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/il-filo-nascosto-il-nuovo-libro-di-padre-francesco-occhetta-e-davide-maggi-cinque-principi-per-un-mondo-piu-umano/ Thu, 04 Jun 2026 10:32:10 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=41030 «La terra è di tutti, non solo dei ricchi, dunque quando aiuti il povero tu restituisci il dovuto, non elargisci un tuo dono». È questa celebre affermazione di Sant’Ambrogio, richiamata da S.E. Card. Gianfranco Ravasi nella prefazione, a racchiudere il significato profondo de Il filo...

The post «Il filo nascosto», il nuovo libro di Padre Francesco Occhetta e Davide Maggi: cinque principi per un mondo più umano appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
«La terra è di tutti, non solo dei ricchi, dunque quando aiuti il povero tu restituisci il dovuto, non elargisci un tuo dono». È questa celebre affermazione di Sant’Ambrogio, richiamata da S.E. Card. Gianfranco Ravasi nella prefazione, a racchiudere il significato profondo de Il filo nascosto. Cinque principi per un mondo più umano, il nuovo saggio di Francesco Occhetta e Davide Maggi, in libreria dal 16 giugno per Rizzoli.

In un tempo segnato dall’intelligenza artificiale, dalla crisi delle democrazie e all’indebolimento dei legami sociali, il volume si propone come una bussola per orientarsi nelle sfide del presente. Al centro della riflessione vi sono i cinque principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa — dignità della persona, bene comune, sussidiarietà, solidarietà e destinazione universale dei beni — presentati non come concetti astratti, ma come criteri concreti per l’azione politica, economica e sociale.

Secondo gli autori, proprio oggi, nell’epoca delle grandi trasformazioni tecnologiche e culturali, emerge la necessità di ricostruire ciò che è autenticamente umano. Da qui l’idea di riscoprire un patrimonio di pensiero che continua a offrire strumenti preziosi per leggere la realtà e promuovere una società più giusta e inclusiva.

Il libro intreccia riflessione teorica e testimonianze storiche, raccontando le vicende di personalità che hanno incarnato questi principi nella vita pubblica. Da Václav Havel a Nelson Mandela, da Tina Anselmi a Luigi Sturzo, fino ad Adriano Olivetti, le loro esperienze mostrano come valori e responsabilità possano tradursi in scelte capaci di incidere concretamente sulla storia.

Il “filo nascosto” evocato dal titolo è proprio il legame che unisce idee, comportamenti e istituzioni. Un filo spesso invisibile, ma decisivo per costruire comunità più coese e orientate al bene comune. Per Occhetta e Maggi, università, imprese, pubbliche amministrazioni, Terzo settore e realtà ecclesiali sono chiamati oggi a camminare insieme, condividendo responsabilità e visione, per generare politiche, riforme e stili di vita che mettano al centro la dignità della persona.

Particolare attenzione è dedicata al magistero di Papa Leone XIV e alla sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, che rappresenta uno dei riferimenti centrali del volume. «Al cuore del pensiero sociale di Papa Leone XIV vi è una visione unitaria dell’umano, che ribadisce come la dignità sia inseparabile dalla libertà, mentre la libertà trova il proprio compimento nel bene comune. Solo mantenendo questa armonia è possibile riaprire un orizzonte di speranza nel quale le persone e i popoli possano riconoscersi protagonisti di una storia condivisa», scrivono gli autori.

Francesco Occhetta, gesuita, giornalista e segretario generale della Fondazione vaticana Fratelli tutti, e Davide Maggi, professore ordinario di Economia e docente di Dottrina sociale della Chiesa, offrono così un contributo che supera i confini dell’ambito ecclesiale per rivolgersi a chiunque sia interessato a comprendere le sfide del presente e a immaginare nuove forme di convivenza civile.

Il filo nascosto si presenta come un invito all’impegno personale e collettivo, nella convinzione che le grandi trasformazioni del nostro tempo possano essere affrontate solo rimettendo al centro la persona e la sua dignità.

Libro disponibile su Amazon e IBS Libri.

The post «Il filo nascosto», il nuovo libro di Padre Francesco Occhetta e Davide Maggi: cinque principi per un mondo più umano appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
2 giugno 2026: gli 80 anni dell’Assemblea Costituente https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/2-giugno-2026-gli-80-anni-dellassemblea-costituente/ Tue, 02 Jun 2026 08:00:17 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=40952 Nel 2 giugno degli 80 anni della Costituente, tornare alle radici della democrazia italiana significa riscoprire la Costituzione come un vero “evento di coscienza”. Per questo segnaliamo il volume di Francesco Occhetta LE RADICI DELLA DEMOCRAZIA I princìpi della Costituzione nel dibattito tra gesuiti e...

The post 2 giugno 2026: gli 80 anni dell’Assemblea Costituente appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Nel 2 giugno degli 80 anni della Costituente, tornare alle radici della democrazia italiana significa riscoprire la Costituzione come un vero “evento di coscienza”.
Per questo segnaliamo il volume di Francesco Occhetta

LE RADICI DELLA DEMOCRAZIA
I princìpi della Costituzione nel dibattito tra gesuiti e costituenti cattolici

che ricostruisce il confronto, sui princìpi fondamentali della nuova democrazia: persona, lavoro, solidarietà, uguaglianza, autonomie, libertà religiosa, pace.
Al centro emerge un valore guida: la dignità della persona umana, fondamento e limite di ogni potere politico.

Attraverso fonti d’archivio, anche inedite, il libro mostra il ruolo della cultura cattolica, il contributo delle bozze costituzionali richieste da Pio XII, il pensiero di Maritain, la mediazione del “primo” Dossetti e l’opera di padre Giacomo Martegani.

Oggi, in un tempo segnato da nuove crisi democratiche, questo volume ricorda che la Costituzione non è solo un indirizzo politico, ma una norma fondamentale di garanzia: ispira le scelte, pone limiti al potere, custodisce la convivenza.

Perché conoscere le radici della democrazia significa anche difenderne il futuro.

Qui pubblichiamo la prefazione del Presidente Oscar Luigi Scalfaro che è stata una dei suoi ultimi scritti.

È vero. Ogni intervento su temi attinenti alla Costituzione italiana mi interessa e, in un certo senso, mi coinvolge, mi emoziona.

Avevo 27 anni quando fui eletto all’Assemblea Costituente dove si viveva una pagina storica immensa: si chiudeva un lungo e sofferto periodo senza alcuna vita politica per questo nostro Paese, per questo nostro popolo del quale anche io ho il grande onore di far parte.

Tante volte mi è stata rivolta la domanda se mi sentivo consapevole di partecipare a un fatto storico di eccezione che prese atto della fine sanguinosa della dittatura fascista.

La condanna della dittatura nacque in noi negli anni del liceo. Il confronto con le vere democrazie risultava pesantemente negativo per un regime autoritario: nessun diritto di voto per i cittadini, quindi nessuna partecipazione alla vita politica della comunità; nessuna possibilità di scegliere tra forze politiche diverse, e nessuna presenza di un sindacato libero e autorevole.

Questa condanna della dittatura si aggravò dentro di me quando sentii affermare, dalla dottrina della dittatura stessa, che la persona umana non può essere titolare di diritti primari perchè proprietario ne è solo lo Stato. La persona, già così pesantemente mortificata, con questa teoria aberrante veniva letteralmente schiacciata di fronte allo Stato padrone prepotente che può concedere o revocare questi diritti, quando crede e come crede, anche in parte o a tempo determinato. Ero studente di legge alla Università Cattolica il cui Rettore era il francescano scienziato Agostino Gemelli.

Una splendida relazione di La Pira nella Commissione preparatoria, anche se finalizzata ad altro scopo, rimane a mio avviso documento di eccezionale chiarezza e rigore giuridico.

Se mi esamino attentamente ritengo di avere vissuto quel tempo nella ricerca essenziale del vero e del giusto.

I principi di libertà e di democrazia si presentarono a noi giovani con la voce e l’esperienza di persone che avevano sofferto la dittatura e avevano già pagato il prezzo dei valori che ci accingevamo a scrivere nella nostra Carta fondamentale.

Libertà e democrazia sono valori che richiedono grande umiltà per viverli nella verità, accettando di non poter mai dire di essere alla stazione di arrivo: ogni giorno si può fare un passo nuovo per renderli attuali e vissuti da tutti.

Sento a 92 anni il peso e la gioia di questo cammino fatto tante volte di piccole conquiste e anche di grandi delusioni. Tra le mie esperienze la riforma alla Costituzione del 2006, operata con una semplice maggioranza di governo del centrodestra e con autentiche aggressioni ai principi fondamentali del diritto. Rimase per me bruciante l’ipotesi che al Capo dell’esecutivo fosse riconosciuto il potere di sciogliere il Parlamento, licenziando il potere legislativo: autentica follia di incostituzionalità.

Eppure nessuno di coloro che hanno sostenuto queste tesi aberranti ha riconosciuto l’errore e mutato pensiero.

Di qui la mia convinzione che ancora oggi la nostra Carta Costituzionale vive il pericolo di altre aggressioni che diventano facili quando le modifiche, che pure sono essenziali e su alcune delle quali vi sono già convergenze molto interessanti, non si muovono nell’esclusivo interesse del popolo italiano.

La Carta Costituzionale non è intoccabile, e lo dico nella mia responsabilità di Presidente dell’Associazione di Difesa della Carta.

L’importante è che ogni modifica abbia, da parte del Parlamento, un’approvazione che coinvolga largamente le forze dell’opposizione e che sia sempre e soprattutto a servizio e a utilità del popolo italiano.

Le mie considerazioni nascono dall’aver letto, riletto e meditato lo studio di Occhetta. È evidente il suo desiderio di entrare nel pensiero dei Costituenti più convinti e più impegnati. Si sente la passione dell’autore per cercare di vivere l’animo dei Costituenti, cercatori tormentati, ma tanto onesti per trovare punti essenziali di denominatore comune. Tutti questi parlamentari eletti hanno vissuto con intensità il “no” alla dittatura e la volontà determinata di libertà e di democrazia.

Il comune no alla dittatura è certo un punto di partenza, ma ha bisogno di qualche sì altrettanto condiviso che apra la via alla risurrezione. Il lavoro dell’Assemblea Costituente era certamente orientato su questa ricerca essenziale.

La stessa discussione sull’art. 1 “Repubblica di lavoratori” o “Repubblica fondata sul lavoro” esprimeva chiaramente questo affascinante impegno di ricerca fondamentale. E la capacità della sinistra di rinunziare alla formula preferita “Repubblica di lavoratori” dimostrò, e non fu certo l’unico caso, di quanto tutti sentissero prezioso questo punto essenziale e vivamente partecipato.

Entrò così dalla porta principale della Carta Costituzionale la Persona Umana, e vi entrò trionfante.

Non saprò mai trasmettere i pensieri, i sentimenti, l’emozione profonda, di questa conquista che mi parve la realizzazione di un grande sogno.

La Persona, così maltrattata dalla dittatura antiumana per natura, ridotta a cosa senza diritti e senza dignità, entra e si pone al centro della nostra Costituzione che nasce soprattutto per servire la Persona, per la sua dignità, per i suoi diritti e i suoi doveri.

Nello studio di Occhetta questa profonda intesa della mente e del cuore dei Costituenti si sente viva e feconda. Anche nel modo di affrontare la discussione trovo assonanza con quanto ha scritto Occhetta.

Noi democratici-cristiani non siamo mai andati ad affrontare un tema in aula senza averlo prima studiato, confrontato, discusso nelle riunioni di partito. Così conoscevamo le obiezioni, le diversità, le motivazioni delle altre forze politiche. Nella discussione in aula si viveva con tanta emozione la formazione della norma che era ormai di condivisa volontà politica. Qui le parole limpide e precise di Dossetti ci comunicavano l’iter compiuto e il punto di arrivo. Emozionante.

Cito un episodio che non dimenticherò mai.

In una discussione politica su fatti avvenuti in quei giorni, scoppiò in aula uno scontro assai meno nobile, di muscoli e di pesante aggressività. Sospesa la seduta dalla saggezza del Presidente, Terracini, l’assemblea riprese qualche ora dopo. Ero mortificato pensando al danno provocato distruggendo il lavoro appena svolto. Invece, ripresa la seduta, vidi con mia grande sorpresa parlamentari che si erano reciprocamente aggrediti, scrivere insieme il testo dell’articolo allo studio. Meraviglia e commozione. Questo lo spirito che dominò l’Assemblea fino all’ultimo articolo.

Molto grande fu l’apporto del pensiero, della esperienza, della vita della Chiesa. Conoscevamo anche l’attento e prudente lavoro svolto dal Padre Martegani di Civiltà Cattolica e avevamo tante volte parlato e discusso con il Padre Messineo certamente esponente autorevole della destra politica, uomo dotto e limpido nelle sue posizioni sempre assai motivate.

Sì, caro Padre Occhetta, la Democrazia, per i cattolici e per una vasta area dell’Assemblea Costituente, non fu mai accettazione arida di un metodo, di una procedura, ma espressione di convinzioni profonde, e soprattutto vita, sentimento e testimonianza umana e vera di un modo di pensare, di essere e di operare.

Di qui la gioia di constatare, nel testo definitivo, tanti messaggi, tanti segni vivi e operanti, di pensiero cristiano. Mai però vi fu rivendicazione di primogenitura da parte del mondo cattolico. Mai.

La Carta Costituzionale nasceva da un fecondo incontro di mondi diversi, di filosofie, di tradizioni diverse, ma nasceva per tutti indistintamente e ciascuno doveva sentirsi interpretato da quel documento scritto da Italiani per gli Italiani, per ogni Italiano. Così hanno acquistato luce e forza, i “diritti inviolabili”, l’uguaglianza davanti alla legge, la pace religiosa, la difesa di ogni religione rispettosa della Costituzione.

Così il “no” alla guerra, che l’Italia ripudia, diventa il frutto evidente del trionfo della persona umana e del suo impegno fondamentale, di portare a tutti e sempre collaborazione, condivisione, solidarietà, fraternità e Pace. Grazie p. Occhetta: ho goduto del suo studio e della sua ricerca così vicini alla mia esperienza ricca di insegnamenti e di valori etici intramontabili.

The post 2 giugno 2026: gli 80 anni dell’Assemblea Costituente appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
È possibile costruire una pace senza verità? https://www.fondazionefratellitutti.org/articles/e-possibile-costruire-una-pace-senza-verita/ Tue, 26 May 2026 10:32:26 +0000 https://www.fondazionefratellitutti.org/?post_type=articles&p=40963 Negli ultimi mesi, diversi reporter sono stati uccisi mentre documentavano i conflitti in Medio Oriente. Non è solo un fatto di cronaca: è un segnale. Colpire chi racconta significa colpire la possibilità stessa di vedere. In questo contesto, il tema della comunicazione torna ad essere...

The post È possibile costruire una pace senza verità? appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>
Negli ultimi mesi, diversi reporter sono stati uccisi mentre documentavano i conflitti in Medio Oriente. Non è solo un fatto di cronaca: è un segnale. Colpire chi racconta significa colpire la possibilità stessa di vedere.

In questo contesto, il tema della comunicazione torna ad essere centrale. Non come ambito tecnico, ma come spazio decisivo per la costruzione o la distruzione dei legami. Il World Meeting on Human Fraternity lo ha messo a fuoco con chiarezza: in un passaggio storico segnato da divisioni e conflitti, la verità rischia di essere piegata all’interesse o dispersa nel rumore.

Da questo contesto prende forma l’intervento di Paolo Ruffini.

Giornalista, già direttore di Rai3 e di Tv2000, Ruffini è dal 2018 Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede: il primo laico a guidarlo. Il suo lavoro si è concentrato sull’integrazione dei media vaticani e su una riflessione continua sul rapporto tra informazione e responsabilità.

Al Meeting ha proposto una formula precisa: “comunicazione disarmata”. Non una comunicazione neutra, ma sciolta da ciò che la rende violenta – pregiudizi, tifoserie, rigidità ideologiche.

Il punto critico, ha osservato, è l’ambiente digitale in cui oggi si forma l’opinione pubblica. Gli algoritmi tendono a confermare ciò che già pensiamo, costruendo spazi chiusi in cui le opinioni non si incontrano mai davvero. La conseguenza è una frammentazione della realtà che rende sempre più difficile un terreno comune.

Per questo Ruffini parla della necessità di “riparare le reti”: formare professionisti capaci di restituire complessità e di tenere insieme verità e responsabilità.

In gioco non c’è solo la qualità dell’informazione, ma la possibilità stessa di una convivenza.

 

Estratto dall’intervento di Paolo Ruffini – Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede

La misura delle parole

Questo nostro incontro dimostra la centralità dell’informazione nella tessitura di quello che sarà il nostro futuro. Il Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, che ho l’onore di guidare, porta avanti da anni una riflessione sulla necessità di allargare l’orizzonte della nostra attenzione riguardo alla frontiera che i media sono chiamati a presidiare. Può sembrare stonato, in un incontro che ha per tema la comunicazione disarmante e disarmata, parlare di frontiera.

Eppure, proprio qui è il punto: il confine – nel nostro caso – fra buon giornalismo e cattivo giornalismo, fra la chiacchiera e la analisi, fra la paziente ricerca della verità e la frettolosa diffusione di notizie avariate. Fra un sistema della comunicazione fondato sulla condivisione della verità ed un sistema fondato sulla indifferenza alla verità. Tra il conflitto di opinioni e le campagne di odio, di diffamazione, gli attacchi omicidi. Fra la difesa della propria identità e la negazione di quella degli altri.

Così – anche a proposito del significato della parola disarmata – vale la pena riflettere sulla radice stessa della parola arma. Per sottrarla a quello che papa Francesco ha definito il paradigma della guerra. Perché la parola “armare” deriva dal latino arma, che di significati ne aveva più di uno, e indicava anche strumenti e attrezzi pacifici.

La radice proto-indoeuropea ar-, ha una accezione ancora più ampia: significa adattare e anche unire. Abbiamo di queste testimonianze in modi di dire, arrivati sino a noi: armarsi di coraggio, di pazienza, di buona volontà, di intelligenza, di verità.

Ognuno di essi ci dice – implicitamente – da cosa dobbiamo disarmarci e di cosa dobbiamo armarci.

Disarmo non è sinonimo di resa. Papa Francesco ha affermato che la comunicazione va disarmata da ogni pregiudizio, rancore, aggressività, fanatismo e odio; liberata dalla droga delle semplificazioni ingannevoli; e dal paradigma della volontà di dominio, di possesso, di manipolazione.

Papa Leone XIV ha ripreso le sue parole dicendo: «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra». Se siamo qui oggi è per contribuire insieme ad una riflessione sulla possibilità reale di questo disarmo nella sempre più asimmetrica competizione che caratterizza il sistema della comunicazione. Algoritmi capaci solo di calcolo, rischiano di divenire i guardiani dei nostri pensieri, imprigionandoci nelle cosiddette “filter bubbles”, prigionieri inconsapevoli di un mondo artificiale modellato dalle nostre preferenze labili di un momento.

Un mondo senza vera libertà, dove nessuna opinione nasce per essere confrontata e anche cambiata, ma solo per essere confermata, in un gioco di specchi senza fine né principio. Che cerca di cambiare dal di dentro noi stessi, le regole della convivenza civile e della economia.

I modelli di business dominanti hanno spostato il focus dalla qualità alla velocità, dai contenuti informativi a quelli che attirano attenzione: titoli sensazionalistici, clickbait, scandali. Ma se vero e falso assumono le stesse sembianze, quali principi regolano il business degli algoritmi?

Quali criteri presiedono alle politiche di indicizzazione e de-indicizzazione dei motori di ricerca capaci di esaltare o cancellare persone e opinioni, storie e culture?

Gli ultimi Digital News Reports di Reuters ci mostrano che le persone stanno spostando la loro attenzione verso ciò che ritengono la meriti. E che siccome le notizie non sono più affidabili cercano piuttosto contenuti educativi, ispiranti che risveglino la speranza.

Qui è la sfida. Resistere alla corrosione, alla corruzione, della comunicazione. Restituire fondamento alle notizie e prospettive di speranza a ogni narrazione. Per questo mi auguro che a questo incontro altri ne seguiranno. Il Dicastero per la Comunicazione è fortemente impegnato a portare avanti e animare nelle sedi opportune un confronto libero, alto, serio, concreto, non episodico, su tutto questo.

The post È possibile costruire una pace senza verità? appeared first on Fondazione Fratelli tutti.

]]>